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di Enrico Mattia Del Punta

La Nazione, 9 febbraio 2026

Quasi tre anni dopo l’omicidio della dottoressa Barbara Capovani, per il Servizio psichiatrico diagnosi e cura - la psichiatria territoriale pisana - restano ancora tante domande e per il suo personale, a volte, molti pericoli. Giorgio Corretti, direttore dell’Unità di psichiatria di Pisa, fa il punto dopo l’evasione di un paziente detenuto e piantonato dalla polizia penitenziaria, avvenuta giovedì proprio nel reparto dell’ospedale Santa Chiara che Capovani dirigeva quando è stata uccisa. “L’Spdc è un reparto ospedaliero come gli altri. Non ha una funzione di custodia, è un servizio sanitario - afferma - Servono strutture nuove o comunque dedicate, in grado di garantire un percorso adeguato agli autori di reato”. E chiede di individuare percorsi alternativi e dedicati per le situazioni “vie di mezzo”, ovvero i pazienti autori di reato che, non trovando posto nelle Rems, “ormai piene”, finiscono nei reparti di psichiatria, luoghi che “non sono nati per questo”.

 Corretti, quindi le Rems sono piene?

“In Toscana ne abbiamo soltanto due: questi numeri rendono l’idea e mostrano quanto facilmente si inceppi il meccanismo. Per alcune persone si individua una residenza alternativa, che però non è fatta per accogliere questo tipo di persone”.

 Quindi finiscono poi in psichiatria...

“Dovrebbero arrivare in psichiatria solo quando ci sono motivi specifici, come uno scompenso psicopatologico. In realtà molti vengono inseriti lì in attesa di una collocazione o comunque di una residenza alternativa, perché la Rems non ha posto”.

 A volte la decisione è del magistrato...

“Se sospetta, in base al tipo di reato, che ci possa essere un importante vizio di mente, allora dispone un periodo di osservazione. Se in Rems non c’è posto, il paziente resta in Spdc o viene collocato in un’altra residenza non specifica per persone che hanno commesso un reato e sono soggette a misure di sicurezza”.

 Il percorso migliore che secondo voi andrebbe intrapreso perché non siano semplici soluzioni tampone e non adeguate?

“Da tempo, anche a livello ministeriale, si parla di creare un percorso dedicato per gli autori di reato, invece di continuare a utilizzare soluzioni e strutture nate per altri scopi”.

 Si parla spesso di sicurezza per gli operatori sanitari anche dopo il delitto Capovani...

“Il tema è ampio. L’aspetto delle aggressioni nei confronti degli operatori non riguarda solo la salute mentale, ma ormai anche altre aree. Dai dati diffusi, emerge che succede anche in altri reparti, quindi è un fenomeno più generale. Molte aziende, compresa la nostra, si sono mosse su un altro piano, che è quello che punta alla prevenzione e all’educazione all’accesso ai servizi di salute. È un percorso lento, ma lungimirante e che, nel tempo, insieme ad altre modalità, può contribuire a ridurre questo tipo di eventi”.