di Vincenzo Scalia
fuoriluogo.it, 6 ottobre 2026
La protesta al Don Bosco di Pisa riporta al centro sovraffollamento, privacy e diritto al dissenso. Mentre la risposta politica si irrigidisce nella repressione, servono trasparenza sulle condizioni di detenzione, politiche sociali e maggiori possibilità di comunicare con l’esterno. Comunque finisca, la rivolta del carcere di Pisa, lascia uno spiraglio di ottimismo rispetto agli scenari distopici legati alla sorveglianza. Laddove George Orwell preconizzava una strada senza uscita, coi sorvegliati sottoposti alla condanna di un destino di subalternità, Pisa ci insegna che esistono delle vie di uscita, a patto di scoprire, smascherare i dispositivi di controllo e opporvisi, a partire da una mobilitazione che non riguardi soltanto le persone interessate al controllo occhiuto e pervasivo della macchina della sorveglianza.
Al di là degli scenari orwelliani, altre considerazioni meritano di essere sviluppate. La prima concerne la vivibilità della Casa di Reclusione “Don Bosco”, in passato assurta agli onori delle cronache per avere annoverato tra i reclusi Adriano Sofri. Nella struttura detentiva sono presenti 300 detenuti, a fronte di una capienza regolamentare di 185 persone. Si dirà che altri istituti penitenziari dislocati sul territorio nazionale versano in condizioni persino peggiori del carcere pisano. Non siamo del partito del mal comune mazzo gaudio. Affinché i diritti dei detenuti vengano rispettati, che l’articolo 27 della Costituzione trovi piena attuazione, riteniamo necessario che le condizioni minime di vivibilità delle carceri vengono garantite.
Il triste rosario di suicidi, la vicenda di Sollicciano, sono spie di una condizione ancora per poco sostenibile, che la politica muscolare della coalizione in carica rischia di aggravare ulteriormente. Pisa rappresenta la punta dell’iceberg di proteste e manifestazioni di malessere diffuse. Che non sempre ricevono l’attenzione dovuta da un’opinione pubblica che in parte crede vada buttata la chiave, in parte si appassiona ai casi di cronaca nera più in grado di solleticare il voyeurismo morboso che la affligge.
Da almeno 30 anni è evidente che siamo di fronte ad una detenzione di tipo sociale, composta da gruppi e individui marginali, con un’alta sovrarappresentazione di migranti, malati terminali, consumatori di sostanze, persone affette da gravi patologie. Non temiamo smentite nell’affermare che almeno tre quarti dei detenuti potrebbero e dovrebbero essere seguiti sul territorio, da strutture sanitarie e assistenziali adeguate, guidate da politiche sociali robuste.
Questo aspetto rappresenta solamente lo sfondo del contesto all’interno del quale la rivolta ha preso piede. Nel caso di Pisa, ci sono in gioco la privacy, il diritto a fare valere le proprie ragioni, la possibilità di renderle pubbliche. I ddl sicurezza meloniani ci hanno piuttosto fatto dono di scenari del tutto opposti, se non addirittura in acuto contrasto con quelli che dovrebbero essere i cardini di uno Stato che si dice democratico e di diritto. In nome della legge e dell’ordine, della punizione esemplare, si è scelto di operare un giro di vite tanto vigoroso a parole quanto inutile, inefficace e oltraggioso dei diritti fondamentali nei fatti. Si è scelto di criminalizzare la protesta, attraverso la cosiddetta norma anti-Gandhi, che criminalizza la disobbedienza passiva. Si è prevista la possibilità di adottare metodi importati dall’intelligence, come la possibilità di infiltrare all’interno delle prigioni personale investigativo.
Soprattutto, la contrazione dei diritti dei detenuti è stata inversamente proporzionale all’aumento delle prerogative e delle protezioni per le forze dell’ordine. Seguendo un’ottica di repressione preventiva, che parte dalla convinzione, non del tutto errata, che il malessere tra le mura delle carceri rispecchi quello più ampio, diffuso all’esterno. L’effervescenza sociale, la sua possibile canalizzazione in fome di agire condivise, improntate ai diritti e all’emancipazione, rappresentano, per la coalizione in carica, minacce da scongiurare.
Gli scudi penali, forme surrettizie di aggiramento del reato di tortura, abbinate alla criminalizzazione ulteriore delle proteste, hanno innescato una miscela esplosiva, di cui il governo più lungo della storia repubblicana oggi raccoglie i cocci. Aumentare il potere della polizia penitenziaria, al pari di quello delle altre forze repressive, equivale ad ampliare quello spazio di discrezionalità all’interno del quale la perpetrazione di abusi, all’interno di strutture già isolate dall’esterno, quindi meno visibili, si amplia a dismisura.
Proprio quest’ultimo aspetto costituisce un altro punto da esplorare in profondità: l’opacità dell’istituzione penitenziaria, per ragioni di sicurezza e di ordine, impedisce quel controllo sulla gestione e l’esecuzione della pena che, consentendo di rilevare le criticità e di esporle in pubblico, consente di declinare il discorso dei diritti.
La trasparenza, dalle parti di Palazzo Chigi e via Arenula, la vedono in un’ottica rovesciata, ovvero come un controllo pervasivo sulle vite dei detenuti, che li spogli di quel briciolo di umanità che rimane loro nel contesto di luoghi di afflizione. Il processo di spoliazione identitaria viene così completato, e rende possibile l’assoggettamento totale della popolazione reclusa alle istituzioni repressive. Un accorgimento a cui non erano approdati nemmeno i peggiori regimi autoritari.
Alcuni sindacati di polizia penitenziaria ed esponenti governativi tentano di rigirare la frittata, puntando il dito sull’uso di telefonini da parte dei detenuti, che la legge vieta. Sarebbe piuttosto il caso di ribaltare i termini del discorso, e chiedersi perché la comunicazione con l’esterno, l’utilizzo di dispositivi elettronici che oggi costituiscono parte integrante dell’esistenza, in carcere, siano vietati. Le ragioni di sicurezza addotte appaiono come una foglia di fico. Basterebbe schermare alcuni siti, bannare alcuni numeri, nei casi più gravi effettuare controlli più severi, ma la possibilità di effettuare qualcosa di più delle otto chiamate consentite alla famiglia, di navigare più liberamente su internet, possono costituire delle tappe importanti verso la risocializzazione. Prima o poi, i conti con questi aspetti, bisognerà farli. Piuttosto che indignarsi per le rivolte, pescare al vocabolario di legge e ordine, produrre nuove misure repressive. Il copione è logoro, e Pisa ce l’ha mostrato.









