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di Lucia Agati

La Nazione, 18 dicembre 2022

Durante le operazioni di archivio ha trovato documenti che abbracciano quasi un secolo di vita tra le mura di Santa Caterina. Ogni studioso di storia e di archivistica sa sempre che in ogni edificio dalle mura antiche sono nascoste carte preziose che raccontano fatti sconosciuti o inattesi e che aspettano soltanto di essere tirate fuori dai cassetti e consultate. Per Rosa Cirone è stato esattamente così. Ed è così che ha scoperto che sotto il carcere di Santa Caterina c’erano tre rifugi antiaerei e che nella chiesa c’era un altare che proveniva da San Bartolomeo e di cui non si sa più nulla. Rosa, dopo tanti anni, ha aperto le lettere mai spedite, nè ricevute, dei detenuti. Tra le sue mani si è aperto uno spaccato di un’umanità sofferente. Rosa è nata a Nuoro il 24 marzo del 1960. Il babbo Antonio era agente di custodia e il nonno Vincenzo aveva lavorato nel vecchio ergastolo di Santo Stefano. Rosa oggi è in pensione. È stata funzionario dell’organizzazione del contatto con l’esterno nell’amministrazione penitenziaria. Dal 1982 ha lavorato come vigilatrice nelle sezioni femminili di Bologna, Latina e Cassino e dal ‘90 ha lavorato a Pistoia dove ha sposato un pistoiese, Marco Vannucci, artigiano. Ha due figli: Loris e Valerio e una nipote, Aurora. In Toscana si è laureata tre volte: in materie letterarie nel 2000, in scienze storiche nel 2010, e in scienze archivistiche nel 2020. Non riesce a stare lontana dai libri e ancora non si capacita di come sia riuscita in questa impresa.

Come nasce la sua passione?

“La mia è una passione fortissima per la storia e per la ricerca archivistica che si è rafforzata vivendo in Toscana, che offre una ricchezza culturale incredibile e nascosta. Ho lavorato sulla storia della scuola medica pistoiese e ho lavorato sulle carte del Ceppo che sono custodite nell’Archivio di Stato. A Pistoia ho scoperto carte del 1836 che parlano di uno uxoricidio premeditato che avvenne in Porta San Marco”.

Dov’erano le carte in Santa Caterina?

“C’erano diversi depositi sparsi e la direttrice doveva procedere allo scarto archivio. L’unica che poteva farlo ero io. Ho avuto il grande aiuto del mio collega Mario D’Avolio. Era il 2019. Abbiamo scartato 130 quintali di carte inutili tra doppioni e fotocopie. Poi ci siamo imbattuti in materiale che era depositato in scaffali e scatole e che era compreso in un ampio periodo: dal 1901, quando c’era il vecchio carcere delle Stinche, fino al 1991”.

Come avete proceduto?

“Abbiamo riordinato l’archivio con l’Archivio di Stato e la sua direttrice, Laura Regnicoli e Laura Giambastiani, professoressa di archivistica pubblica che è stata la relatrice della mia tesi. In tutto 54 faldoni di documenti storici e 178 registri dai quali ho creato le serie, ognuna con la sua descrizione: una fotografia della vita dentro al carcere. Ho potuto fare questo lavoro grazie alla direttrice Loredana Stefanelli”.

Come ha trovato le lettere?

“Erano nei fascicoli dei detenuti con la scitta “atti”. Decine e decine di lettere che non erano mai state consegnate al detenuto né inviate ai suoi familiari. C’era la censura. Le ho aperte io”.

Può farci qualche esempio?

“C’era una lettera del Meyer che dava notizie al babbo di una bambina che era nata con il labbro leporino: aveva cominciato ad alimentarsi e stava meglio. C’era la lettera di un detenuto che scriveva alla madre dicendo che odiava tutti e il custode scriveva: “Non fatela partire, la madre soffrirebbe ancora di più”. Un detenuto che scrive alla moglie che ha appena partorito, al Ceppo, e le dice: “Il comandante mi ha detto che è nata una bambina, quando avrai deciso che nome metterle me lo farai sapere. Quella lettera l’ho aperta io, ottant’anni dopo. Chissà chi è quella bambina oggi”.

Come si è sentita aprendo quelle carte?

“L’operatore penitenziario deve osservare le regole. Noi non possiamo giudicare. Un mio vecchio direttore ci diceva sempre: “In carcere entra l’uomo, il reato resta alla porta”. Ho pensato alle mamme che non hanno mai ricevuto una risposta e al detenuto che si è sentito abbandonato. La privazione della libertà è la privazione dell’identità, anche se noi dobbiamo sempre ricordare che l’ordinamento italiano è fra i più evoluti del modo perché mira al reinserimento”.

Quali altre scoperte ha fatto?

“Sotto il carcere c’erano tre rifugi antiaerei e la documentazione è all’Archivio di Stato: due per i detenuti e uno per il personale. Nessuno lo sapeva e la ritengo una scoperta eccezionale. Nel 1959, dopo la costruzione della nuova chiesa all’interno di Santa Caterina, fu donato un altare con balaustra in marmo che proveniva da San Bartolomeo.

Fu poi dichiarato fuori uso nel 1991 e portato via. Non se ne sa più nulla, ma c’era la foto scattata dal direttore e inviata al ministero degli Giustizia, è ancora negli archivi e l’ho cercata. Ho controllato incrociando i protocolli. C’era la lettera di donazione da San Bartolomeo. C’è la relazione sul progetto di spostamento dei detenuti, nel 1943, alle Sbertoli. C’è la lettera di Arturo Stanghellini che chiede al direttore di avere un estratto della sua carcerazione. Tutte cose che farebbero la felicità degli li storici, e che meriterebbero più attenzione”.