di Eleonora Ferri
Il Tirreno, 26 aprile 2015
Dopo tre anni di attività il Garante dei detenuti del carcere di Pistoia, Antonio Sammartino, chiude il suo mandato. Tre anni di attività durante i quali questa figura, istituita a Pistoia per la prima volta nel 2011, ha svolto i compiti di osservazione, vigilanza e promozione dei diritti dei detenuti della casa circondariale Santa Caterina in Brana.
Il lavoro svolto durante il mandato, iniziato il 20 marzo 2012 e concluso a marzo scorso, è riassunto nella relazione finale firmata da Sammartino e che descrive lo stato di salute attuale del carcere pistoiese. Fra i traguardi positivi raggiunti e registrati ci sono quelli di una nuova infermeria (inaugurata a dicembre 2014) all'interno della casa circondariale e soprattutto l'abbassamento del numero di persone detenute: a giugno 2014 si contavano 86 reclusi, mentre a dicembre 2014 il numero è sceso a 64 (di cui 22 stranieri), a fronte di una capienza regolamentare di 57 persone.
"Grazie allo sfollamento carcerario, sono migliorate notevolmente le condizioni" scrive Sammartino . Un esempio sono le 19 celle singole del primo piano (che misurano 8,2 mq compresi gli spazi occupati dai mobili e suppellettili e 1,2 mq di bagno): dove in precedenza erano recluse tre persone per cella, adesso quasi tutte ospitano un solo detenuto.
Varie anche le attività attive all'interno dell'istituto: corsi formativi (per imbianchini o per la preparazione di piatti), corsi scolastici, attività culturali e l'accesso alla biblioteca. Questi sono solo alcuni degli obiettivi raggiunti. Ma c'è ancora molto da fare. Alla voce "eventi critici" riscontrati all'interno del carcere nel 2014 restano alti i numeri delle autolesioni (33), degli scioperi della fame (15), seguiti dalle aggressioni tra detenuti (7) e tentativi di suicidio (2). Al fianco del garante lavorano anche alcune associazioni pistoiesi, come "In cammino" e "Il Delfino Onlus". Si occupano dei detenuti in vari modi: dai colloqui personali alla ricerca di un lavoro, dal reinserimento in società alla distribuzione di beni di prima necessità, fino all'aiuto alle famiglie dei reclusi in carcere.
"L'autolesione o lo sciopero della fame spesso sono modi per attirare l'attenzione su certe cose, come la lentezza della macchina giudiziaria - spiega Adriano Mancini, responsabile dell'associazione Il Delfino - inoltre l'assistenza psicologica, psichiatrica e educativa all'interno del carcere è carente perché le ore sono poche". All'interno del carcere si contavano, al dicembre 2014, due educatori, uno psicologo (in attività un'ora al giorno per quattro giorni la settimana) e uno psichiatra (16 ore settimanali).
"Molti detenuti sono affetti da disagio mentale, e condividere la cella con uno di loro, per una persona non affetta da queste patologie può diventare devastante - spiega Mancini - molti altri sono tossicodipendenti: mandare in carcere queste due tipologie di persone è come mandarle in una discarica, i pochi colloqui con gli educatori e i professionisti e le cure metadoniche e psicotrope non sono niente a confronto delle reali necessità". "Il tempo di una giornata, che per noi è di 24ore per loro diventa di 48ore" afferma Cinzia Salvi, volontaria de Il Delfino. È per questo che un'occupazione diventa vitale, e non solo per il reinserimento in società.










