di Francesco Lo Piccolo
vocididentro.it, 5 giugno 2024
Forgiare e reprimere come teorizzava la pedagogia nera; governare con la pena del carcere, tanto carcere; giudicare e condannare secondo il diritto penale del nemico e dunque orientato su tipologie d’autore (i poveri, i migranti, eccetera); non prevedere e non accettare alcun dissenso. In estrema sintesi è questo il punto di arrivo della politica italiana per quanto riguarda la giustizia.
Parole e fatti lo svelano in tutta evidenza.
Le parole, ed è solo un esempio, sono quelle pronunciate pochi giorni fa da Andrea Delmastro delle Vedove, sottosegretario di Stato alla Giustizia con delega alla polizia penitenziaria e riferite alla protesta al Beccaria: “Non conosco le motivazioni più profonde della rivolta al Beccaria onestamente perché le stiamo ancora analizzando. È pur certo ed è pur vero che appena gli uomini e le donne della polizia penitenziaria hanno indossato il casco operativo la rivolta è cessata”. Parole chiare che alludono all’uso della forza e al prodigio del manganello, al carcere come esclusivo luogo di pena dove si tace e si obbedisce. Parole di chi non vuole ascoltare e tantomeno conoscere il perché di una protesta e più in generale i problemi degli istituti di pena.
Gli atti sono l’istituzione del Gruppo di intervento operativo (GIO) per garantire ordine, sicurezza e disciplina a tutti i costi, ignorando che “l’ordine negli istituti penitenziari serve soprattutto a garantire la sicurezza che costituisce la condizione per la realizzazione delle finalità del trattamento dei detenuti e degli internati”. E negando la realtà delle carceri dove 61 mila persone vivono in spazi dove c’è posto per 50 mila, in condizioni vergognose, anche senza acqua corrente come fino a pochi mesi fa succedeva a Santa Maria Capua Vetere, abbandonate in celle umide abitate da topi e scarafaggi, senza alcun reale progetto, senza scuola, senza lavoro e senza futuro. E dove, 24 ore su 24, pochi medici intervengono con psicofarmaci a gogò e per tutti e la polizia penitenziaria - anche questa ridotta ai minimi termini, con turni anche di 18 ore di seguito, con gli straordinari neppure regolarmente pagati - è costretta a affrontare situazioni critiche, suicidi, risse, furti e aggressioni.
Davvero sembrano passati secoli dai lavori della Commissione Ruotolo che proponeva “interventi necessari per il miglioramento della quotidianità penitenziaria”. In un passo dello studio, a proposito dell’uso della forza, è scritto: “L’uso della forza fisica non è consentito, se non nei soli limiti indicati nell’art. 41 della legge, e costituisce comunque l’ultima risorsa, da adoperarsi nella misura minima indispensabile e per il più breve tempo possibile”.
E, ancora, gli atti sono nel disegno di legge n. 1660/C “Disposizioni in materia di sicurezza pubblica, di tutela del personale in servizio, nonché di vittime dell’usura e di ordinamento penitenziario” in discussione presso la Camera dei Deputati e che è in continuazione con tanti altri atti di questo governo tutti finalizzati al controllo, al contenimento, alla coercizione e alla discriminazione. Un disegno di legge che consta di 29 articoli uno più ingiusto dell’altro e che mostrano un solo volto: quello della ferocia con cui si guarda l’altro, non più a cittadini con diritti, ma a persone considerate nemiche.
Ecco perciò la carcerazione per le donne autrici di reato anche se madri o in stato di gravidanza per le quali non vale più il rinvio dell’arresto (Regole di Bangkok); ecco la pena del carcere anche fino a tre anni (in caso di recidiva) per le proteste politiche e civili con imbrattamento di “cose altrui” trasformate in atti vandalici “contro il decoro delle istituzioni”; ecco la protesta in carcere che diventa rivolta con un aumento di pena ulteriore in caso di violenza (anche lieve o lievissima) o per resistenza commessa nei confronti di un agente di polizia, anche se la resistenza è passiva, anche garantendo una sorta di immunità di funzione delle forze dell’ordine che così godrebbero di un privilegio giuridico in caso di lesioni subite durante le proteste. Articoli ingiusti e disumani in tutti i sensi come la pena a otto anni per il reato di evasione; o gli articoli a presidio della sicurezza urbana attraverso l’introduzione di due nuovi reati, uno contro l’occupazione del domicilio altrui e l’altro contro l’ostruzione delle strade (blocchi) chiaramente mirato contro le proteste politiche anche se pacifiche; per non parlare dei Daspo urbani e della revoca della cittadinanza italiana nei confronti degli stranieri che, dopo averla ottenuta, sono stati condannati e negando così il principio di uguaglianza tra cittadini.
A proposito della protesta che viene equiparata a rivolta e la rivolta infine anche a terrorismo viene da pensare a Dossetti, Moro, Giolitti che nel 1946 volevano che la resistenza individuale e collettiva agli atti del potere pubblico che violano libertà e diritti finisse addirittura scritta e riconosciuta nella Costituzione. Davvero altri tempi e ben altri volti. Certo, allora si era usciti dalla guerra, adesso ci stiamo di nuovo entrando. Molti sonnambuli, molti incoscienti, molti assenti... per gli affari di pochi. In guerra contro vecchi e nuovi nemici, con il ricorso al solito capro espiatorio anticrisi che ricompatta e rimette ordine. Ordine e disciplina, forgiare e reprimere, dentro il carcere e fuori dal carcere.










