di Andrea Andreoli
stradeonline.it, 24 luglio 2026
Luigi Marattin, segretario del Partito Liberaldemocratico, solitamente equilibrato e riflessivo, in un post che mi auguro figlio della fretta e della mancanza di tempo per una adeguata revisione, ha ritenuto di doversi adeguare ai toni emergenziali che tanti suoi colleghi parlamentari usano quando avvertono il bisogno di parlare il linguaggio dei social network. Colto probabilmente dalla preoccupazione che una singola voce potesse passare inosservata, ha incluso - nell’immagine a corredo del suddetto post - un coro a tre voci in marcato unisono: più carceri, più carceri, più carceri.
E a corredo del triplo tonitruante slogan, dopo aver richiamato alcuni dati, ha fornito una giustificazione, invero sbilenca: “così la prossima volta che si becca uno che scassina le macchine in Corso Buenos Aires a Milano, lo si mette in custodia cautelare invece che mandarlo fuori a sfregiare le ragazze alla fermata metro del Duomo”.
Orbene, questa di Marattin ci pare essere una scivolata; qualcosa che non rende buon servizio alla meritata nomea di persona che conosce bene ciò di cui parla. Marattin si muove con competenza quando disserta di economia, di tasse, di Stato e mercato, di Europa e pure di politica estera. Amaramente, su quella delicata branca della giustizia che riguarda il sistema cautelare e l’esecuzione penale, Marattin cede, forse solo colpito dalla fretta di andare online.
Sappiamo invece che l’ipotesi di costruire più carceri, priva di un adeguato progetto di riforma, rischia di svolgere una mera funzione di rimozione sociale: sottrarre il disagio e la devianza alla vista dei cittadini, senza incidere in alcun modo sulle cause che l’alimentano. La sacrosanta richiesta di sicurezza deve trovare delle risposte adeguate, per cercare le quali è cosa saggia tenersi lontani dalle facili semplificazioni.
La motivazione addotta - quella dello “scassamacchine” - è un esempio costruito per suscitare una reazione emotiva più che per spiegare un problema strutturale. Da una vicenda individuale viene fatta discendere una proposta generale di politica penitenziaria, senza dimostrare il nesso causale tra i due piani. Ciò che invece è certamente vero - e viene regolarmente confermato dalle statistiche - è che i periodi di detenzione trascorsi in strutture fatiscenti, sovraffollate e prive di percorsi di trattamento, risocializzazione, formazione e lavoro, sono quelli che producono tassi di recidiva elevati.
C’è poi un aspetto che merita di essere considerato anche da una prospettiva economica: sommessamente ricorderemmo a Marattin che il costo della detenzione - per come è organizzata in Italia - è davvero enorme: i tre miliardi e mezzo del budget del Dipartimento di Amministrazione Penitenziaria sono spesi (non molto bene, diciamo) distribuendo gli sforzi attraverso un paio di centinaia di carceri, su più di 60.000 detenuti, profondendo quindi la bellezza di 150 euro per ogni singolo giorno, di ogni singolo recluso. Fallendo miseramente e regolarmente, nella stragrande maggioranza dei casi, ogni intento rieducativo.
Scrivere “facciamo belle e nuove carceri, con supporto psicologico” significa ignorare completamente la situazione attuale. Il ruolo degli psicologi e degli psichiatri negli istituti di pena è assolutamente fondamentale, ma i numeri sono totalmente ridicoli. In un circondariale come San Vittore, che oggi supera le mille presenze, sono attivi se va bene sei o sette psicologi, oltrettutto a tempo parziale.
Lo Stato ha completamente abdicato al suo ruolo: la maggior parte dei detenuti, soprattutto quelli ospitati nei circondariali, passa l’intero periodo di reclusione senza mai vedere uno psicologo, nemmeno per 10 minuti. Né - tanto meno - un educatore. Ad oggi gli istituti penitenziari sono generatori di crimine: chi entra, spesso per reati di lieve entità frequenti nella popolazione emarginata (emblematici sono i casi di resistenza a pubblico ufficiale) ne esce addestrato ad un comportamento ben più antisociale. Non ci si può aspettare altro, in fondo, visto che i reclusi, nel proprio percorso di detenzione, possono confrontarsi solo con altri criminali, invece che con psichiatri, psicologi, educatori, assistenti sociali, mediatori, formatori e personale dei percorsi di reinserimento. Un carcere incapace di risocializzare, oltre a fallire la propria funzione costituzionale, fallisce anche quella di garantire la sicurezza.
Dire “nuove carceri” è un motto populista che sa di esserlo, perché il progetto per la costruzione di una singola casa di reclusione è un progetto da svariate centinaia di milioni in conto capitale e perché successivamente, il funzionamento della suddetta casa di reclusione, necessita di personale e servizi: altro fiume di denaro, questa volta in spesa corrente.
Al contrario, dire “carceri nuove” è quanto di costruttivo si potrebbe - e si dovrebbe - fare, in questo disastrato settore: riprogettare strutture esistenti per effettuare percorsi di sostegno psicologico, risocializzazione, attività trattamentali e di interazione con la società all’esterno: misure alternative, partnership con aziende esterne, attività lavorative. In Italia abbiamo abbondanza sia di strutture da adattare sia di professionalità da attivare. Parlare come si deve di carcere non è la strada più facile per raccogliere consenso, ma può - e deve - essere fatto, al fine di costruire un percorso di sicurezza e risocializzazione, di continuità con l’esecuzione penale esterna e di integrazione con la società. La domanda corretta non è quante carceri costruire: la domanda è che cosa vogliamo che accada alle persone mentre vi sono rinchiuse. Da quella risposta dipende la sicurezza di tutti noi.










