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di Iuri Maria Prado


Libero, 7 giugno 2020

 

"Separare nettamente la magistratura dalla politica": questo balordo ritornello non è un'esclusiva del ministro Bonafede, che ieri l'ha reiterato spiegando che si tratta di "un'istanza fortemente sentita dai cittadini".

L'idea che il problema sia questo - e cioè, per capirsi, il fatto che la magistratura simpatizzi a destra o a manca e si immischi nei movimenti delle fazioni partitiche - è infatti ben diffusa e non coglie, anzi copre, il problema vero: che è esattamente l'opposto e consiste nel costituirsi della magistratura in un potere politico a sé stante, che reclama "autonomia" e "indipendenza" intese esattamente come gli strumenti per difendere quel potere e perpetuarlo.

Quel che fa danno non è il giudice di sinistra che impedisce il licenziamento del dipendente che ruba, così come non farebbe danno, se esistesse, il giudice sovranista che assolve il buon padre di famiglia che spara al negro: quel che fa danno è la pretesa che simili spropositi siano sottratti a qualunque forma di controllo sociale e trovino protezione nel luogo comune secondo cui "le sentenze non si commentano".

E non si commentano, secondo il malinteso che governa quest'impostazione, perché l'amministrazione della giustizia non è più un servizio che, come tutti i servizi, può essere assicurato bene o male, ma una specie di sacerdozio impassibile: con la sentenza che cessa di essere un documento pubblico più o meno ragionevole e dunque discutibile, e si trasfigura in un segno oracolare di cui non puoi dir nulla se non bestemmiando.

È in questo senso che la magistratura si "politicizza", non perché pende di qui o di lì, ma esattamente perché si pretende "separata" in questo modo perverso e cioè per difendere il proprio potere di giudicarsi in proprio: che poi vuol dire il potere di assolversi sempre.