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di Chiara Sgreccia

Il Domani, 4 ottobre 2026

La rivolta di Pisa ha riportato l’attenzione su un sistema in crisi: quasi 66 mila persone recluse per 46 mila posti disponibili. Dalle leggi dei primi anni duemila a oggi, l’inasprimento delle pene produce sovraffollamento. Ma non protegge la collettività. Prima un uomo fa vedere un piccolo dispositivo elettronico. Parla in albanese, dice che è una microspia che è stata trovata nella sua cella. Poi mostra materassi e brande ammassati per creare barricate, i detenuti che si muovono per i corridoi a luci spente, gli agenti della penitenziaria che provano a mediare.

È la rivolta di una cinquantina di prigionieri della casa circondariale Don Bosco di Pisa, iniziata la sera del 30 settembre, finita alle prime luci dell’alba del giorno dopo, trasmessa in diretta su TikTok. Ma tra i contenuti diffusi sui social, attraverso cellulari che i detenuti non dovrebbero utilizzare dentro il carcere, non ci sono solo quelli sulla rivolta. Anche i video in cui denunciano condizioni poco dignitose: “Viviamo nella me..a, con i topi, con i ragni, guarda”, dicono mentre mostrano gli spazi sporchi della prigione.

A Don Bosco il degrado era stato documentato ben prima che scoppiasse la rivolta. Durante la visita di settembre, l’Osservatorio di Antigone sulle condizioni della detenzione aveva rilevato sporcizia, infiltrazioni, servizi igienici a vista e un’infestazione di insetti che durava da mesi. E alle criticità, a luglio, si era aggiunto il trasferimento di una ventina di detenuti da Sollicciano, dopo che la magistratura aveva disposto il sequestro di alcune sezioni del carcere fiorentino. Tanto che, al momento della protesta, nell’istituto di Pisa c’erano 303 persone per 185 posti: 118 in più della capienza.

“Abbiamo trovato un posto particolarmente malmesso. Siamo rimasti allibiti, perché eravamo abituati a considerare Sollicciano l’apoteosi dell’indecenza in regione. Invece, la situazione era assolutamente paragonabile”, spiega a Domani il responsabile dell’Osservatorio di Antigone Alessio Scandurra: “La scoperta delle microspie è arrivata in un istituto nel quale era già nota da tempo la presenza delle altre cimici, quelle da letto, le persone erano comprensibilmente esasperate”.

Ma Pisa non è un caso isolato. Né per i disordini, né per il sovraffollamento. Al 31 agosto 2026, secondo i dati del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria (Dap), nelle 189 carceri italiane erano recluse 65.661 persone. I posti regolamentari erano 51.220, ma quelli effettivamente disponibili 46.193: il tasso di affollamento reale supera il 142 per cento. L’Italia si sta così riavvicinando al picco più alto degli ultimi trent’anni, raggiunto nel 2010, durante il quarto governo Berlusconi, quando nelle carceri del Paese erano recluse oltre 68 mila persone e “Torreggiani e altri” detenuti hanno fatto ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo per le condizioni inumane e degradanti in cui erano reclusi. Con la sentenza pilota del 2013, la Corte ha condannato l’Italia e imposto di avviare una serie di interventi che ha contribuito alla riduzione della popolazione nelle prigioni, fino a circa 52 mila persone alla fine del 2015.

“Questo dimostra che quando si mettono in campo delle misure, la riduzione ci può essere. L’Italia così esce dalla procedura della Corte di Strasburgo l’8 marzo 2016. Ma una volta scampato il pericolo, riprende la crescita. Questo ritmo è andato avanti fino al 2022 (governo Meloni, ndr) in maniera più contenuta”, spiega Mauro Palma, già Garante dei detenuti, oggi presidente dell’European Penological Center di Roma Tre.

Per Palma, il problema è che si sono usate sempre misure emergenziali per risolvere il sovraffollamento. Non sono stati promossi cambiamenti strutturali. Sottolinea, infatti, che le presenze in carcere non aumentano secondo una dinamica inevitabile, le scelte legislative hanno un peso: “Se i territori vengono lasciati allo sbando, è chiaro che le persone che escono, a cui non è offerto niente, tornano a delinquere”, spiega, ad esempio a proposito dell’indulto varato nel 2006 dal governo Prodi, convinto che quel momento dovesse essere utilizzato sia “per ripensare la gestione carceraria”, sia per “ripensare le politiche territoriali, di supporto e di controllo delle persone”. Invece, subito dopo la misura il numero dei detenuti torna a salire: 48.693 nel 2007, 58.127 nel 2008, fino ai 68.258 del 2010.

Anche come conseguenza delle stesse leggi “criminogene”, la Bossi-Fini e la Fini-Giovanardi, che avevano contribuito a determinare il picco di 61 mila detenuti prima dell’indulto. La prima (2002) interviene sull’immigrazione e sulle espulsioni, trasformando le carceri in centri di permanenza temporanea per i migranti. La seconda (2006, dichiarata costituzionalmente illegittima nel 2014) equipara il trattamento sanzionatorio per droghe leggere e pesanti, riempendo le prigioni di piccoli spacciatori. Tra queste due, l’ex Cirielli (2005) aumenta le pene per i recidivi e irrigidisce l’accesso ai benefici penitenziari.

Provvedimenti che durante la lunga stagione dei governi Berlusconi hanno contribuito ad alimentare la tendenza panpenalista: il ricorso al diritto penale per affrontare anche questioni legate alla marginalità sociale. “Se non interveniamo su questo atteggiamento strettamente punitivo e continuiamo a tenere delle persone dentro il carcere, se non interveniamo sulla capacità territoriale di dare un’abitazione, sul processo di regolarizzazione delle persone straniere, perché la regolarizzazione determina meno tendenza a delinquere, purtroppo i numeri sono destinati sempre a tornare verso l’alto”, puntualizza l’ex garante.

A dimostrarlo anche la serie storica di dati fornita dal Dap. Un trend in crescita, dal Duemila a oggi, interrotto solo dai bruschi cali dovuti a casi straordinari: l’indulto, la condanna della Cedu, l’effetto del Covid19, che dura poco perché già nel 2021 la curva ricomincia a salire, fino alle 56.196 presenze di dicembre 2022. Con il governo Meloni c’è un’accelerazione: “Tra il 31 ottobre 2022 e il 31 agosto 2026, nelle carceri italiane ci sono 9.436 persone in più. Nello stesso intervallo, i posti crescono solo di 46 unità”.

Un andamento che per Palma è legato anche all’inasprimento della risposta penale. Secondo Tutto chiuso, l’ultimo rapporto di Antigone presentato a maggio, dall’inizio della legislatura sono stati introdotti oltre 55 nuovi reati, più di 60 aggravanti e oltre 65 aumenti di pena. Dal decreto anti-rave a quello Caivano, che ha ampliato anche le possibilità di ricorso alla custodia nella giustizia minorile, fino ai decreti sicurezza.

“Tanti reati che sono stati introdotti, che prima venivano affrontati disciplinarmente, si commettono all’interno del carcere”, spiega Palma a proposito del fatto che negli ultimi anni in Italia cresce il numero dei detenuti anche quando non aumentano gli ingressi e nonostante continui a salire pure il numero complessivo delle persone sottoposte a misure alternative al carcere: secondo il dossier della Cgil “I diritti in carcere”, del 1 ottobre, a gennaio 2026 erano oltre centomila le persone sottoposte a esecuzione penale esterna.

A testimonianza che in corso c’è un allargamento complessivo dell’area sottoposta al controllo penale. Anche i detenuti hanno diritto alla Naspi, ma il riconoscimento rischia di restare sulla carta L’illusione securitaria “Da quando mi occupo di carcere non ho mai visto decreti sicurezza così, uno dietro l’altro, non ho mai visto così tante chiusure del sistema penitenziario su fronti diversi”, aggiunge Scandurra. Che puntualizza come sia difficile stabilire un nesso causale tra il sovraffollamento e leggi specifiche.

Più evidente è il parallelismo tra il clima politico e culturale che si instaura in determinati periodi, accompagna l’attività legislativa e influenza anche la prassi giudiziaria. L’atmosfera securitaria, però, non ha effetti nella produzione di sicurezza, anzi. Svelano i dati che la criminalità è tendenzialmente in calo da anni: pene più severe non significano meno criminalità. Ci sono più detenuti perché se vengono criminalizzate, le persone marginalizzate finiscono in cella invece di ricevere supporto sul territorio, si capisce dalle parole del responsabile dell’Osservatorio di Antigone: “Più produci marginalità, più produci popolazione senza accesso ai servizi, senza diritti, più produci criminalità”, ribadisce prima di evidenziare come un sistema penitenziario che rinchiude sempre più persone offra meno possibilità di reinserimento e rischi di contribuire alla commissione di nuovi reati anziché prevenirli, generando “insicurezza anziché sicurezza”. Per Scandurra, se ci sono più detenuti a fronte di risorse sostanzialmente invariate, diminuiscono le possibilità di accedere al lavoro, alla formazione, all’istruzione e aumenta il rischio di recidiva: si compromette la finalità rieducativa del carcere.

“Non c’è un solo aspetto della vita detentiva che non si sia reso più complicato dal sovraffollamento. Ma non è l’unico problema. Oggi alla mancanza di spazio si aggiungono tensioni, proteste, difficoltà nella gestione degli istituti e una progressiva riduzione delle attività”. Secondo il dossier Cgil, infatti, a fine 2025, lavorava soltanto il 34,2 per cento dei detenuti.

Di questi, oltre 18 mila erano impiegati dall’amministrazione penitenziaria, prevalentemente in servizi interni, spesso per poche ore al giorno e pochi giorni al mese. E a rendere ancora più complicata la quotidianità ci sono le carenze di personale sanitario, educativo e penitenziario, la sofferenza psichica e le condizioni materiali degli edifici. Nei primi otto mesi del 2026, nelle carceri italiane sono morte 184 persone. I suicidi sono stati 49.