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di Damiano Aliprandi

Il Dubbio, 29 giugno 2026

Ogni estate il ministero della Salute manda i suoi bollettini sul caldo. Codici colorati, città a rischio, l’invito a non uscire nelle ore centrali, a bere spesso, a tenere d’occhio gli anziani e chi soffre di patologie. Raccomandazioni sensate, che ogni anno servono di più, perché ogni anno fa più caldo. Chi vive libero ha almeno la possibilità di seguirle. Per le oltre sessantaquattromila persone chiuse nelle carceri italiane quelle parole non hanno quasi alcun senso pratico. La domanda non è nuova. La poneva già nell’agosto di diversi anni fa Roberto Cavalieri, allora garante dei detenuti del Comune di Parma, dopo che l’azienda sanitaria aveva verificato le sezioni di alta sicurezza del carcere: più di cinquanta detenuti sopra i sessantacinque anni, almeno centosessanta cardiopatici, trentaquattro gradi in un cortile per i passeggi in una giornata neppure tra le più calde.

“Ovunque leggiamo dell’emergenza caldo nelle città e di tutte le misure per salvaguardare la salute degli anziani. Perché quelle stesse raccomandazioni non valgono per gli anziani in carcere?”, chiedeva. Aveva proposto una cosa semplice e a costo zero: spostare le due ore d’aria del primo pomeriggio, quelle tra le tredici e le quindici, fuori dalle ore di punta del sole. Dieci anni dopo non solo non è cambiato nulla, ma è tutto peggiorato.

Gli ultimi dati del ministero della Giustizia, al 15 giugno, contano 64.850 detenuti per 46.337 posti davvero disponibili. Più di tredicimilacinquecento persone oltre la capienza regolamentare, oltre diciottomila se si guardano solo i posti agibili. Il sovraffollamento reale sfiora il 140 per cento. Settantacinque istituti viaggiano oltre il 150, dieci superano il 200. A Lucca si arriva al 243, a Foggia al 225, a San Vittore al 220. Solo venticinque carceri su 189 restano sotto la capienza. E secondo l’ultimo rapporto di Antigone più di sei detenuti su dieci passano quasi tutta la giornata chiusi in cella. È lì dentro che il caldo non è un semplice fastidio, ma una tortura.

Le carceri italiane non sono fatte per il caldo. Non si sta “al fresco”. Centocinquantadue dei circa 190 istituti sono stati costruiti nel Novecento, senza criteri di coibentazione. Il sole batte sui muri sottili, l’aria dalle finestre è poca, fermata da sbarre, reti e schermature, e di notte, chiusa la porta blindata, non passa più. Da quando, nel 2020, in molti istituti è tornato il regime a celle chiuse, anche uscire nei corridoi a cercare un po’ d’aria non è più scontato. In più della metà delle carceri visitate da Antigone ci sono ancora celle senza doccia, nonostante il regolamento del 2000 le imponga da vent’anni, e in molte manca l’acqua calda. Dove l’acqua scarseggia si bagna il pavimento o si lasciano i rubinetti aperti per raffreddare le bottiglie, e così si prosciugano serbatoi già fragili.

Sullo sfondo c’è il conto dei morti. Dall’inizio del 2026 i detenuti che si sono tolti la vita sono ventotto. A questi si aggiungono settantacinque morti per altre cause: centotre decessi in meno di sei mesi, secondo il dossier “Morire di carcere” di Ristretti Orizzonti. Nel 2025 i suicidi erano stati ottantadue, il numero più alto da quando esiste quella rilevazione, e i decessi complessivi 254, mai così tanti dal 1992. A luglio si fermano la scuola e gran parte del volontariato, e chi è dentro resta ancora più solo. Non è un caso: guardando i dati di Ristretti dal 2002 a oggi, luglio è storicamente il mese dei suicidi. L’estate, dietro le sbarre, non è una pausa.

Ventilatori a batteria e frigoriferi che spariscono - Il sollievo, quando arriva, è quasi sempre privato. I ventilatori non sono sempre in dotazione. Dove ci sono, sono ammessi solo alcuni modelli per ragioni di sicurezza, in numero ridotto per cella. A San Vittore se ne può comprare uno a trenta euro, mai più di due per cella, anche dove dormono in otto. Ai piani alti si sono misurati trentasette gradi. A Brescia, nel carcere di Canton Mombello, dove trecentosettantaquattro detenuti stanno in uno spazio pensato per centottantadue e in qualche cella si arriva a quindici persone, i ventilatori sono finiti tra i prodotti dello spesino a ventitré euro l’uno. Sono apparecchi a batteria, meno potenti di quelli a presa, e non sempre alla portata di chi è dentro. In molti casi arrivano grazie alle donazioni dei garanti, alle associazioni, agli avvocati.

Poi c’è la storia dei frigoriferi, che da sola racconta come funziona il sistema.

Il 31 marzo una nota del dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, in vista dell’estate, suggeriva di aumentare i frigoriferi nelle sezioni, anche per evitare che si raffreddassero le bottiglie sotto il rubinetto aperto. Tre settimane dopo, due note firmate dal capo del dipartimento andavano nel senso opposto: i frigoriferi grandi fuori dalle celle e dai corridoi, da spostare in “stanze all’uopo adibite”, difficili da trovare in un sistema che scoppia. Il garante campano Samuele Ciambriello ha definito la decisione “incomprensibile e pericolosa” e ha chiesto al ministro di ritirarla. Il ministero ha replicato che la stretta riguarda solo i grandi elettrodomestici, non i piccoli pozzetti frigo, e che ne sono stati comprati mille insieme a nuovi ventilatori.

Le misure semplici e quasi gratuite il dipartimento le aveva già indicate nel 2017, con una circolare poi rimasta quasi tutta sulla carta: punti idrici a getto e nebulizzatori nei cortili, aree d’ombra, acqua in bottiglia e taniche di riserva dove manca, menù pensati per l’estate, finestre aperte di notte per far passare un filo d’aria. A Sollicciano, dove i posti regolamentari sono poco più di cinquecento e i detenuti oltre seicentoquaranta, e le docce in cella restano una minoranza, il tribunale di Firenze ha sequestrato sette sezioni. Il ministro ha parlato di possibile chiusura entro fine anno. Nel frattempo i detenuti sono stati trasferiti altrove, e ciò significa ingolfare altre carceri. Intanto il caldo è arrivato, come sempre, ma più feroce di prima. E come sempre chi è chiuso in cella lo affronta da solo, con quel poco che riesce a procurarsi, con qualche ingegno. Ma è un insostenibile fardello.