di Maurizio Di Fazio
L’Espresso, 13 settembre 2026
Cambiano le sostanze, si abbassa l’età di chi le consuma e aumentano le situazioni di fragilità. I dati certificano consumi in aumento. Confermati persino dal monitoraggio dell’aria. E dimostrano l’inefficacia di un approccio soltanto repressivo. Lascia tracce ovunque: nelle acque di rifiuto, nell’aria che respiriamo, nei pronto soccorso, nelle carceri che scoppiano e nell’impegno, magari perfettibile ma spesso donchisciottesco, dei servizi pubblici. E vi ricorrono tutti, in ogni angolo e anfratto geografico della penisola, nessuna professione o classe sociale ne viene risparmiata. Per moda, conformismo o in nome di una malintesa e grottesca performatività quotidiana, chissà.
È un Belpaese tetro e al termine della notte quello fotografato dalla “Relazione al Parlamento sul fenomeno delle dipendenze in Italia 2026”. “Siamo di fronte a una pandemia che ha la particolarità di non essere percepita come tale”, ha sintetizzato il sottosegretario del Consiglio dei ministri Alfredo Mantovano presentando il rapporto. Una definizione lapidaria che trova riscontro nei numeri. Nel 2025 sono morte 249 persone per overdose o altre cause direttamente legate alle droghe: il 7,8% in più dell’anno precedente.
La cocaina è responsabile del 33% dei decessi accertati e del 32% dei ricoveri ospedalieri collegati all’utilizzo di droghe. Le forze dell’ordine hanno sequestrato circa 55 tonnellate di stupefacenti, ma la stima del mercato oscilla tra 160 e 220 tonnellate annuali. Il fenomeno assume contorni persino più inquietanti se si osservano le nuove generazioni. Quasi 350 mila studenti minorenni, pari al 23% degli under 18, hanno fatto uso di almeno una sostanza illegale nel corso del 2025, una quota in crescita rispetto all’anno prima. Tra i ragazzi della fascia 15-19 anni, oltre uno su quattro. La cannabis resta la più diffusa, pur registrando una lieve flessione passando dal 21 al 18%. A crescere sono invece cocaina, stimolanti, allucinogeni, oppiacei, ketamina, catinoni sintetici e inediti oppioidi.
Sempre più visibile anche il business delle nuove sostanze psicoattive, prodotti spesso più potenti e imprevedibili dei “modelli” tradizionali. Intanto si allarga un’altra zona grigia: quella degli psicofarmaci assunti senza prescrizione medica. Più di 470 mila studenti (ben il 19%) dichiarano di averli provati quantomeno una volta: 280 mila nell’ultimo anno e circa 65 mila ne fanno un uso frequente, dalle dieci volte al mese in su. L’impiego occasionale mostra un leggero calo, ma quello abituale continua a espandersi. È uno dei segnali più palesi di un disagio giovanile in fase avanzata. Si spera non irreversibile.
Le analisi delle polveri sottili PM10 collocano Roma al primo posto per la concentrazione di cocaina nell’aria, seguita da Pescara e Firenze. Un metodo innovativo che affianca il monitoraggio delle acque reflue urbane, dalle quali emerge che la cannabis è ancora la più gettonata, mentre la cocaina si conferma seconda con una media di undici dosi al giorno ogni mille abitanti. In questo caso, la favolosa Venezia è costretta a fregiarsi della leadership al negativo: aumenti significativi di consumo di polvere bianca sono rilevati inoltre a Roma, Genova, Campobasso, Catanzaro, Biella e L’Aquila. Va forte l’ecstasy e, per la prima volta, lievitano pure gli habitué dell’amfetamina.
Il mondo bucato, impasticcato o “strisciomane” di fuori, il purgatorio-inferno di chi sta dentro. Negli istituti penitenziari, il peso specifico delle sostanze si mantiene enorme. Più di un ingresso su quattro è connesso alle violazioni della legge sugli stupefacenti. A fine 2025, erano 21.562 i detenuti per reati previsti dal Testo unico sulle droghe: il 34% dell’intera popolazione carceraria, una percentuale quasi doppia della media europea. Impressionante il dato sulle persone con tossicodipendenza certificata, oltre 20.700: un terzo del totale, la cifra più alta degli ultimi vent’anni. Numeri che alimentano il dibattito sull’efficacia di un impianto prevalentemente repressivo.
Stando al Libro Bianco sulle droghe, redatto da associazioni e organizzazioni per i diritti civili, il ricorso preferenziale allo strumento penale non ha ridotto né l’abuso né il traffico (e riempie le patrie galere soprattutto di clienti e piccoli spacciatori). Da qui la richiesta di rafforzare le misure alternative, investire sulla riduzione del danno e ripensare le politiche in materia.
L’altra faccia è quella dei Servizi per le dipendenze. In Italia operano più o meno 600 SerD, con 6 mila professionisti che ogni anno prendono in carico 300 mila persone. Ma secondo FeDerSerD, il sistema rischia di non reggere più l’impatto di bisogni sempre più complessi e di un’utenza ringiovanita. In una lettera aperta indirizzata a Sergio Mattarella, la presidente Roberta Balestra ha denunciato le profonde disuguaglianze tra le regioni, che finirebbero per compromettere un accesso uniforme e democratico alle cure. La richiesta è chiara: potenziare la rete dei SerD, integrarli stabilmente nelle Case della comunità e costruire percorsi capaci di intercettare il malessere in anticipo sull’assuefazione cronica. Più prevenzione.
Perché la droga non è solo una questione di ordine pubblico (o sanitario). È un problema sociale ed educativo che cambia volto con rapidità. Insistere nell’affrontarlo quasi esclusivamente con sequestri e arresti significa rincorrere un’emergenza camaleontica e sfuggente. La droga è nelle periferie e nelle guerre orribili, nella ritirata generalizzata della bellezza, nell’arricchimento aggressivo trasformato in unico valore, nelle librerie vuote, nell’ignoranza elevata a cultura.









