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di Giulia Sorrentino


Libero, 24 novembre 2020

 

Il caso di Busto Arsizio, struttura che recupera i detenuti ma non può essere lasciata sola. Leggendo del carcere di Busto Arsizio mi sono chiesta che cosa si potesse provare nella totale reclusione. Ho provato ad immedesimarmi in chi sa di non poter valicare un muro, un recinto, fare un passo fuori da un perimetro già scritto. Ma oltre ciò spesso i detenuti non vengono trattati come la Costituzione richiede e cioè come persone la cui dignità ed il cui diritto alla salute devono essere rispettati nonostante la condizione di privazione della libertà.

Ma in questo istituto, diretto da Orazio Sorrentini e dal comandante della polizia penitenziaria Rossella Panaro, ritengo che la filosofia sia quella giusta, poiché pare che mostrino umanità e soprattutto vicinanza a quelle che sono le tematiche sociali del carcere. E ciò perché la pena dovrebbe essere vista in chiave formativa, proprio lo spirito con cui lo vivono in questo istituto, per far sì che la pena non sia vendetta ma strumento per agevolare il rientro nella società civile.

Lo scoppio della pandemia ha aggravato le loro già precarie condizioni di vita. Ed infatti sono state vietate le visite da parte di esterni ma si è ovviato con un metodo rivoluzionario se si pensa che stiamo parlando di detenuti: quello delle videochiamate WhatsApp. E per ciò sono stati mandati 12 telefoni, di cui due non funzionanti ed uno adibito alle comunicazioni con gli avvocati. Quindi, 9 disponibili per 369 persone, per una durata di un'ora di videochiama ciascuno, che ne ha a disposizione 6 al mese. Numeri irrisori e davanti alla richiesta di implementare il servizio con Skype la risposta è stata quella di chiedere tablet in donazione.

Inoltre il carcere ha trovato fortissima resistenza da parte dell'ATS Insubria e dell'AST Valle Olona, poiché nonostante il medico responsabile a livello regionale della sanità penitenziaria abbia detto di fare i tamponi alla polizia penitenziaria ciò non è avvenuto, se non per coloro i quali sono entrati in contatto diretto con i detenuti che hanno contratto il virus.

Ad oggi la situazione è questa ma sembra che grazie all'intervento del Sindaco Emanuele Antonelli saranno effettuati i tamponi a tutto il corpo di polizia penitenziaria. C'è un lavoro straordinario dietro a un carcere. Quello di Busto Arsizio ha subìto le ristrutturazioni a partire dal 2015, lavori che hanno consentito di costruire una palestra, una sala di fisioterapia, una stanza per la lavorazione del legno, di artigianato, uno spazio all'aperto con i tendoni bianchi per gli incontri con la famiglia, il cambiamento dei bagni, nonché una doccia in cella, con l'eliminazione dunque delle docce comuni.

Il problema però è che nonostante gli sforzi, mancano dei tasselli, che non dipendono però da loro. La gran parte delle nostre carceri ha bisogno di interventi strutturali profondi ma in particolare il carcere di Busto ha urgente necessità di aiuto e sostegno essendo fortemente colpito dal virus nonché sovraffollato, con una capienza di 240 detenuti contro i 369 di oggi (numero diminuito di 70 detenuti causa Covid). E riguardo questi numeri ciò che mi ha ancora più colpito è il numero di stranieri che vi sono all'interno, ovvero 208, circa il 57%, la maggior parte con capo d'imputazione della droga.

Tutto ciò merita ascolto ed attenzione da parte dei vertici del Dap e del Provveditorato Regionale della Lombardia. Serve lavoro, servono condizioni di vita migliori, servono sforzi perché alla pena, che giustamente scontano non si aggiungano altre sofferenze legate alla privazione di contatti con il loro affetti più cari. C'è bisogno di fondi per mantenere i posti di lavoro dei detenuti, per la manutenzione della struttura e l'implementazione all'interno della stessa di ulteriori spazi necessari agli addetti ai lavori.