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di Valeria Valente*

Il Dubbio, 24 aprile 2026

Il provvedimento approvato dalla maggioranza viene descritto come risposta al disagio urbano, ma secondo le opposizioni riduce garanzie e libertà senza risultati reali. Per anni la destra ha costruito parte della propria identità politica sulla sicurezza. Non come una politica pubblica tra le altre, ma come il terreno su cui giocare un’eterna campagna elettorale e rivendicare una presunta superiorità rispetto alle forze di opposizione. Oggi, a quasi quattro anni di governo Meloni, quella promessa si misura con la realtà. E la realtà racconta altro: la sicurezza non è aumentata, mentre cresce la percezione di insicurezza nelle città e si riducono libertà e garanzie. L’ultimo decreto sicurezza, che sarà approvato proprio oggi in via definitiva dalla maggioranza alla Camera, rappresenta il punto più avanzato - e più grave - di questo fallimento. Non solo non risolve i problemi che dichiara di affrontare, ma segna un salto di qualità nella compressione dei diritti. Tra i provvedimenti adottati da questa maggioranza in questo ambito, è il più liberticida.

Il caso più eclatante è la norma sugli avvocati e i migranti, inserita nottetempo al Senato. Una disposizione che ha fatto insorgere opposizioni, magistratura e avvocatura, fino a far temere persino problemi di pubblicazione per evidenti vizi di legittimità costituzionale, a partire dalla lesione della libertà e dell’indipendenza del diritto di difesa. Ora il governo promette di correggerla “dopo”, con un altro provvedimento. Non qui, non adesso. Come se il Parlamento fosse un passaggio fastidioso e non il luogo della decisione democratica. È già tutto in questo metodo: forzature, scorciatoie, disprezzo delle garanzie.

Ma fermarsi a quella norma sarebbe un errore. Il problema è l’intero impianto del decreto. E quella disposizione non è un episodio isolato: è la chiave di lettura di un provvedimento che ripropone - aggravandola - la solita ricetta: più reati, pene più dure, più carcere, più polizia. Una risposta costruita sull’onda emotiva della cronaca, sempre alla ricerca di un nemico da indicare - i migranti, i giovani, chi manifesta - invece che sulla capacità di governare i fenomeni.

E i risultati? Smentiscono la propaganda. I dati più recenti mostrano una crescita della microcriminalità e della violenza urbana nelle grandi città: furti, rapine, spaccio. Reati che incidono direttamente sulla percezione di sicurezza dei cittadini. Non a caso, perfino la presidente del Consiglio Giorgia Meloni ha ammesso in Senato, per la seconda volta, la propria insoddisfazione, riconoscendo nei fatti il fallimento di queste politiche. È un passaggio che pesa, perché smonta una narrazione costruita per anni: quella di una destra naturalmente più efficace sul terreno della sicurezza. Eppure, invece di cambiare approccio, il governo rilancia nella stessa direzione.

Il tratto comune delle nuove disposizioni, insieme a ulteriori reati e pene, è l’estensione dei poteri della polizia, in aperta compressione del piano delle garanzie. Si interviene su libertà personali e diritti in uno scambio che ha già dimostrato di non funzionare: meno libertà in cambio di più sicurezza. Il daspo urbano viene ampliato fino a includere anche i minorenni sopra i 14 anni. I poteri di perquisizione nelle manifestazioni vengono estesi. Si introduce la possibilità di trattenere persone in questura fino a dodici ore, addirittura nei confronti di minori. Si impongono obblighi di comunicazione preventiva anche per iniziative organizzate via social, comprimendo di fatto la libertà di riunione. Si colpiscono ancora una volta i più deboli: migranti, detenuti, marginalità sociali. La revisione della lieve entità per gli stupefacenti produrrà con ogni probabilità un aumento degli ingressi in carcere per reati minori.

Le restrizioni nei confronti dei detenuti si intensificano, attribuendo alla polizia penitenziaria poteri che travalicano il suo ruolo, fino a configurare attività sotto copertura, mentre restano irrisolti i problemi strutturali del sistema penitenziario. E si introducono meccanismi opachi come l’”annotazione in altro registro”, che incidono su principi fondamentali come l’obbligatorietà dell’azione penale e il principio di non colpevolezza. Il filo conduttore è chiaro: il diritto penale e i poteri di polizia non sono più extrema ratio, ma diventano strumenti ordinari di controllo sociale. A tutto questo si aggiunge un dato politico difficilmente aggirabile. Mentre si amplia l’area della repressione, si riducono gli investimenti nella prevenzione. Il decreto stanzia circa 50 milioni, a fronte di richieste degli enti locali di gran lunga superiori - almeno 500 milioni solo per l’assunzione di agenti di polizia locale.

La sicurezza non può essere un tema di destra o di sinistra: è e deve essere una priorità assoluta per il Paese. Di destra o di sinistra possono essere, e lo sono, letture e politiche per farvi fronte. Per noi, la sicurezza si costruisce certo anche con la repressione, la certezza della pena e il rispetto della sua funzione rieducativa - che significa carceri dignitose, non sovraffollate e realmente orientate al reinserimento - ma anche e soprattutto intervenendo sulle cause dell’insicurezza. Serve più prevenzione, su un doppio terreno.

Da un lato, rafforzando in questa direzione l’attività delle forze di polizia: più investimenti, più unità e sezioni specializzate per le attività investigative, maggiore coordinamento tra i corpi, migliore pianificazione della presenza sul territorio, più formazione e competenze. Si può fare e in passato era stato fatto molto, ora si rischia di arretrare. Dall’altro, sostenendo di più amministratori e comunità locali nelle attività di prevenzione: più risorse ai sindaci per contrastare degrado urbano, migliorare illuminazione e videosorveglianza, promuovere rigenerazione urbana e più sostegno a chi ogni giorno lavora contro marginalità sociale e povertà educativa, favorendo integrazione e cultura della legalità, a partire da scuole e terzo settore. E poi servono politiche inclusive orientate alla responsabilità sociale, all’integrazione e alla partecipazione, che puntino sul miglioramento della qualità della vita delle persone e delle comunità. È qui che si misura la distanza tra propaganda e governo. Tra chi vive i territori e chi li usa come palcoscenico. La sicurezza si costruisce con meno slogan e più responsabilità, con meno propaganda e più rigore.

*Senatrice Pd