di Paolo Delgado
Il Dubbio, 29 luglio 2026
Il piatto piange. Versa lacrime amare sul taglio delle accise. Senza miracoli che non sembrano alle viste piangerà allo stesso modo o peggio con la finanziaria che avrebbe dovuto essere elettorale in sogni che sembrano oggi miraggi. Si spiega anche così l’ossessionante campagna della destra sulla sicurezza: è un riparo sicuro, propaganda facile e solitamente di garantito effetto. I sondaggi confermano: sale come al solito Vannacci ma recuperano sulle settimane precedenti anche FdI e Lega. La cronaca, certo, si è prestata ma si può scommettere che la campagna proseguirà martellante anche a prescindere dagli appigli offerti dagli eventi quotidiani. Le ipotesi di nuovi provvedimenti che circolano sono a volte surreali, a volte inquietanti. La Lega insiste col suo cavallo di battaglia, la “cauzione” a carico di chi organizza manifestazioni, e ne ha aggiunto un altro, l’introduzione di una fattispecie di reato definita “terrorismo di piazza”.
FdI, più realistica, propone una norma meno fragorosa ma più subdola: l’estensione del reato associativo anche ad “associazioni non stabili o gerarchicamente organizzate”. Traduce la capogruppo di FdI nella commissione Giustizia della Camera: va penalizzato il vincolo associativo “occasionale”. In una manifestazione nella quale si consumano violenze o devastazioni tutti i presenti sarebbero pertanto imputabili di “associazione a delinquere”. La legislatura è agli sgoccioli. La legge di bilancio e la riforma elettorale occuperanno per intero le energie dei parlamentari. I ddl in questione, a meno che non si trasformino in decreti ed è improbabile, non arriveranno mai all’approdo. Non in questa legislatura almeno. Ma non è questo l’importante. L’obiettivo non è tanto varare nuove leggi che poi, nella pratica, incidono ben poco come proprio gli scontri di Bologna e della Val Susa dimostrano. È piuttosto mettere in campo uno spettro che, solo a essere evocato, può convogliare verso destra una porzione significativa dell’elettorato. Ha un nome preciso e temuto: “Terrorismo”.
Dopo il sabato di fuoco nel cantiere di Chiomonte quella definizione ha rimbalzato per due giorni da una dichiarazione fiammeggiante all’altra. La hanno adoperata tutti, in FdI, nella Lega e anche nella “moderata” Fi. A criticarla apertamente si rischia l’accusa di complicità con le violenze, anzi se ne ha la certezza. Però non si tratta affatto di assolvere violenze inaccettabili o di limitare la condanna ma di restituire alle definizioni il loro significato, anche perché fenomeni diversi come la contestazione violenta e il terrorismo richiedono metodi e strumenti diversi per essere fronteggiati. Montare l’emergenza sicurezza garantisce poi alla maggioranza due ulteriori vantaggi. Mette in difficoltà l’opposizione, costretta a balbettare. La condanna delle devastazioni non è in discussione e infatti non c’è forza del Campo Largo che non la abbia espressa.
Ma è altrettanto vero che considerare il movimento No Tav o i centri sociali bolognesi ugualmente distanti da Lega e FdI da un lato e da Avs, 5S e aree dello stesso Pd dall’altro sarebbe bugiardo. Il Campo inoltre deve fare i conti con una parte del suo elettorato che considererebbe imperdonabile uno schieramento a favore della linea durissima ed è quindi costretto a balbettare. Quando Elly Schlein invoca “la prevenzione” non solo in termini di intelligence ma anche di strutture sociali è difficile non ricordre che il terrorista fai da te che si è lanciato sul gay pride a berlino era appunto impegnato in percorso “preventivo di “deradicalizzazione”.
Last but not least, la crociata sulla sicurezza offre un terreno comune a un centrodestra che non era mai stato così diviso e lacerato su una moltitudine di fronti: dal riarmo alla legge elettorale, dalle intercettazioni al braccio di ferro sul reperimento delle scarse risorse per alleviare gli effetti della crisi energetica. Sicurezza e Immigrazione, territori continui e troppo spesso sovrapposti restituiscono l’immagine unitaria necessaria per l’imminente campagna elettorale. E non è un segreto che la sconfitta referendaria sulla separazione delle carriere abbia lacerato ancora di più una maggioranza che sul tema del garantismo è più disunita di quanto abbia cercato di far apparire.
Non è una strategia solo italiana e neppure circoscritta alle forze di destra. Negli Usa Trump decide che il nemico principale è il comunismo e Mario Rubio convoca vertici internazionali sulla minaccia proprio del “terrorismo rosso”. In Germania, dopo l’attentato al Gay Pride, il potavoce della Cdu al Bundestag Alexander Throm dichiara che d’ora in poi “in caso di dubbio la priorità dovrà essere la sicurezza della popolazione, non quella dell’imputato”. Almeno in Europa il gioco è però pericoloso: rischia di scatenare correnti che nemmeno chi le evoca potrà poi governare e che potrebbero spostare gli equilibri politici molto più a destra di quanto la stessa Giorgia Meloni si auguri.










