di Daniele Zaccaria
Il Dubbio, 9 febbraio 2026
Fino al 2022, il Salvador era uno dei paesi più insicuri e pericolosi del mondo con oltre 21 omicidi ogni centomila abitanti, interi quartieri sotto il controllo delle gang e dei cartelli della droga, le forze di polizia disorganizzate e sopraffatte. Quattro anni e dopo tutto è cambiato: i reati violenti sono crollati e il paese centroamericano vanta oggi un tasso di criminalità tra i più bassi del pianeta, paragonabile a quello di molti paesi europei. Come è stato possibile questo “miracolo”? La risposta è semplice: nel marzo 2022 il presidente Najib Bukele ha proclamato lo stato d’emergenza, poi prorogato decine di volte, sospendendo garanzie costituzionali fondamentali: limiti alla detenzione preventiva, diritto alla difesa, controllo giudiziario effettivo. Secondo i report di vari Ong per i diritti umani, migliaia di persone sono finite in carcere senza accuse circostanziate, spesso sulla base di indizi volatili o appartenenze presunte; si registrano centinaia di morti in custodia e condizioni di detenzione estreme. Il caso Salvador conferma l’assioma per cui l’aumento della sicurezza è stato accompagnato da una contrazione sistematica dei diritti civili. Ma fino a che punto è legittimo comprimere le libertà per far sentire luna popolazione al sicuro? E’ un dilemma filosofico-politico a cui non si può rispondere in modo univoco.
Per Thomas Hobbes la sicurezza è il fondamento stesso della vita associata: senza un potere capace di monopolizzare la forza, gli individui restano esposti a una violenza permanente, alla legge della giungla. La rinuncia a porzioni di libertà individuale non è un sacrificio necessario, per ottenere la pace sociale. Tuttavia, la soluzione hobbesiana presuppone un patto che stabilizza l’ordine, non una sospensione indefinita dei diritti. Quando l’eccezione si prolunga e diventa metodo ordinario di governo, la sicurezza tende a sciogliersi dai vincoli che dovrebbero contenerla e si trasforma in tirannia.
È su questo slittamento che interviene il pensiero di John Locke che pone un limite decisivo. Lo Stato non nasce per produrre sicurezza a qualunque costo, ma per proteggere diritti naturali che lo precedono. La sicurezza non è solo protezione dalla violenza privata, ma anche dall’arbitrio pubblico. Quando il potere, invocando la sicurezza, sospende le garanzie che ne delimitano l’azione, genera una nuova forma di insicurezza: non quella della strada, ma quella della legge. Il cittadino non teme più soltanto il crimine, ma l’imprevedibilità di un potere illimitato e senza contrappesi.
Nelle società contemporanee, molto più stratificate e complesse questa tensione si sposta ancora più avanti senza dover necessariamente esibire la forza. Come ha mostrato Michel Foucault, la sicurezza moderna non si limita a punire i reati, ma agisce preventivamente attraverso la sorveglianza. Si controllano comportamenti, si classificano popolazioni, si neutralizza ogni possibile focolaio di conflitto.
Anche nelle democrazie europee, Italia compresa, il tema della sicurezza è stato spesso affrontato attraverso provvedimenti emergenziali: decreti sicurezza, ampliamento dei poteri di polizia, irrigidimento delle pene, compressione delle garanzie in nome dell’ordine pubblico. Misure incomparabili, per scala e radicalità, a quelle adottate dal “trumpiano” Bukele in El Salvador, ma fondate su una premessa simile: l’idea che la sicurezza possa crescere restringendo diritti e tutele.
Il fatto è che sicurezza e diritti non sono grandezze simmetriche né perfettamente conciliabili. Pensare a una società a “zero crimini” significa accettare un livello di sorveglianza e coercizione incompatibile con lo Stato di diritto: la sicurezza assoluta richiede il controllo totale dei comportamenti. Ma è altrettanto illusorio immaginare una società a “zero doveri”, priva di coercizione statale: il vuoto lasciato dallo Stato viene sempre colmato da poteri informali, spesso più violenti e meno responsabili.










