di Raffaella Calandra
Il Sole 24 Ore, 28 febbraio 2025
Detenzione femminile. Molte non possono contare sul supporto familiare; ai Tribunali di sorveglianza, istanze relative soprattutto ai figli. Affollate le strutture principali, una sola detenuta nel Messinese. In 1.254 lavorano. All’ora d’aria, quando ragazze, donne o altro siri - trovano insieme nel cortile di cemento, le riflessioni teoriche diventano immagini concrete: capelli lunghi, corti, ricci, lunghi si avvicinano, si confondono, si toccano. Come i vestiti stesi sulle grate ad asciugare. Perché se per ogni uomo detenuto (tranne molti stranieri) c’è quasi sempre una compagna, una figlia, una madre a portare cibo e vestiti, per quasi ogni donna in carcere è il senso di colpa ad entrare molto più spesso dei pacchi con gli effetti personali.
Così dietro le sbarre ciascuna sa di poter contare principalmente sulle compagne di cella. Per un sostegno come per la cura del corpo. “Non hanno mai capelli o mani trascurate: d’altra parte a loro il tempo non manca”, sorride una delle agenti, mentre apre la stanza adibita a salone da parrucchiera. Nel corridoio, tende verdi e rosa filtrano la luce del mezzogiorno di Lecce. Entrare in un carcere femminile è come passare alla tv a colori dopo un viaggio in bianco e nero. Il sole dell’estrema punta del tacco d’Italia fa brillare il rosa del locale dedicato all’estetica; ravviva il rosso, il verde, il giallo delle casette disegnate nella sala colloqui e proiettai riflessi dei drappi variopinti di quasi tutte le finestre. Qui ragazze, donne o altro da 20 ad oltre 70 anni scontano la pena in prevalenza per furti, ma alcune anche per aver fatto parte di associazioni a delinquere. In tal caso sono destinate al circuito di alta sicurezza, con maggiori vincoli e maggiore solitudine.
Perché sono mandate in carceri lontane dal proprio territorio e dalla famiglia, non di rado anch’essa in parte reclusa. Così in questa palazzina di due piani, sorvegliata da una colonia di gatti neri, ci sono donne provenienti da tutto il Paese. Quasi tutte italiane, quasi tutte con prole, in maggioranza trentenni.
Ora il nido è vuoto, ma nel 2023 una ragazza portò con sé un neonato. Nei racconti dal carcere, frasi come “i miei figli non vengono mai”, “i miei genitori sono anziani e lontani” o storie come quella della signora con “marito, primogenito e nonna arrestati a loro volta” si ripetono convissuti sovrapponibili a quelli delle donne che nel 2018 in questo istituto dialogarono con l’allora giudice della Consulta, Daria de Pretis, nel viaggio nelle carceri della Corte. Le questioni relative al distacco dai figli, all’accudimento dei minori odi quelli disabili o alla cura dei genitori caratterizzano molte delle istanze inviate ai Tribunali di Sorveglianza dalle 2.718 detenute (764 le straniere) presenti al 31 gennaio nei penitenziari italiani.
Sono in carcere in prevalenza per reati contro il patrimonio (1.496 a fine 2024), contro la persona (958) o per violazione delle leggi sulla droga (727). Ma non sono poche (209) quelle arrestate per associazione mafiosa e in 14 sono dentro per reati contro la personalità dello Stato, neo-brigatiste o irriducibili degli annidi piombo. Le donne detenute rappresentano circa il 4% della popolazione penitenziaria. Una minoranza, sia pur con numeri aumentati negli anni (erano 1.892 nel 1991); che vive in strutture pensate per uomini.
A San Vittore, ad esempio, nelle celle della sezione femminile solo l’anno scorso le vecchie turche sono state sostituite con i wc. Di questa minoranza, poi, solo un quarto si trova nei tre penitenziari esclusivamente femminili (Roma Rebibbia Femminile, 379 - che avremmo voluto raccontare, ma la direzione ha negato l’autorizzazione alla visita senza spiegazioni; Venezia- Giudecca, 107; Trani, 32; con l’ultima emergenza bradisismo nei Campi Flegrei le 98 donne di Pozzuoli sono state trasferite a Secondigliano). La maggior parte delle detenute vive in sezioni femminili create all’interno di complessi più grandi.
Come questa di Lecce, una delle più affollate con una media di tre ospiti in celle da due. Pur essendo stato inaugurato solo nel 1997, questo carcere, come molti altri, è senza docce all’interno delle camere, pur previste dall’ordinamento penitenziario. E senza nome. In compenso, le detenute - “grazie anche ad un territorio molto sensibile”, sottolinea la direttrice Maria Teresa Susca - soffrono meno di quell’isolamento nell’isolamento che rappresenta una delle cifre ricorrenti e faticose della carcerazione femminile.
Perché si trovano più distanti da casa per la minor disponibilità di posti; perché negli istituti più piccoli una donna può essere addirittura da sola, come a Barcellona Pozzo di Gotto (Messina); o possono essere in cinque a Paliano (Frosinone), sette a Mantova, 12 a Sulmona (L’Aquila) o 15 a Sassari. Numeri esigui che si traducono in esigue occasioni di reinserimento. “Qua a Lecce al contrario hanno un’agenda fitta di impegni”, si inorgoglisce una delle educatrici, Viviana Zizza, seduta davanti a pannelli gialli e blu targati Uni-Salento a ricordare le attività del polo universitario.
“Tre sono iscritte a scienze della comunicazione, economia aziendale e beni culturali, mentre altre 15 - elenca la direttrice - frequentano corsi scolastici in collaborazione con l’Istituto tecnico”. Al 30 giugno 2024, in tutta Italia erano 1.254 le donne impiegate sul totale di 20.240 detenuti lavoranti: la maggior parte sono alle dipendenze dell’amministrazione penitenziaria (1.025, soprattutto per pulizie o cucina) e in quota ridotta (229) di cooperative o aziende esterne. Percentuali basse, ma in proporzione migliori di quelle maschili. A Lecce, corsi per aspiranti estetiste e parrucchiere si sono alternati a laboratori di panetteria o perla coltivazione ortofrutticola.
Tra le principali attività si è affermata la sartoria che realizza borse, toghe, gadget - anche col riciclo di tessuti destinati al macero - con l’etichetta “made in carcere”: il solido collegamento con l’esterno costituisce un viatico verso le misure alternative. Anche per questo i detenuti si rivolgono ai giudici, ma soprattutto scrivono del sovraffollamento dell’intero complesso:170 le istanze arrivate al Tribunale di Sorveglianza di Lecce nel 2022, 370 l’anno scorso con un’impennata proporzionale alle presenze in tutti i penitenziari pugliesi.
A breve anche i giudici salentini, dopo quelli di Spoleto e Parma, si pronunceranno sul diritto all’affettività a fronte di quattro reclami: e al Ministro della Giustizia, Carlo Nordio, si rivolge anche il Garante nazionale dei detenuti Riccardo Turrini Vita. Il legame con i congiunti e quello con i figli. Sta facendo discutere la chiusura - “improvvisa”, assicurano dal territorio - dell’Istituto a custodia attenuata per madri di Lauro nell’avellinese, col trasferimento in Lombardia e Veneto delle ultime due donne e dei rispettivi bimbi. Unico Icam del centro sud, in media era quello con più presenze, sia pur poche unità.
La ragione della chiusura sarebbe - secondo più versioni - destinare il personale (una ventina di agenti, alcuni dei quali prossimi alla pensione) al “carcere vero”. Così madri e figli sono stati sradicati da un contesto che per quanto - secondo più osservatori - andrebbe superato a favore di più case famiglia, bilanciava esigenze di sicurezza e interesse del minore. Temi affrontati nei giorni scorsi anche dalla conferenza internazionale di Bangkok sulle regole delle Nazioni Unite relative alla detenzione femminile, da aggiornare dopo 15 anni. Dal 2.000, è emerso alla Women in Corrections Conference, il numero delle donne arrestate è aumentato del 60% (si stima siano 740mila, con un picco negli Stati Uniti 211mila e Cina 145mila).
E sono stati illustrati anche due progetti dell’Università Bocconi e Bicocca di Milano nelle carceri di San Vittore e Bollate. Il primo, curato da Melissa Miedico e Maria Falcone, è un legai desk rivolto a donne straniere, che possono rivolgersi ad esperti di diritto penale e di immigrazione: iniziative - come il dialogo tra studenti e detenuti intorno alla Costituzione viva - molto sostenute dalla prorettrice Marta Cartabia. La seconda esperienza, condivisa da Claudia Pecorella e Noemi Cardinale per la Bicocca, si occupa di quanto avviene prima della detenzione, molto spesso violenze e abusi che influiscono sul reato: l’incontro con personale specializzato aiuta le detenute ad aprirsi sui loro traumi, in una prospettiva anche di prevenzione della recidiva.
E di superamento di quell’isolamento nell’isolamento causa, talvolta, dei suicidi (3 le detenute che si sono tolte la vita nel 2023, due l’anno scorso). Perché è sempre vero che “il futuro è nel passato e il passato è nel presente”, come scriveva Bernardine Evaristo in “Ragazza, donna, altro”.











