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di Michele Passione*


Ristretti Orizzonti, 3 maggio 2020

 

Negli ultimi giorni che abbiamo alle spalle sono accadute alcune cose che meritano una riflessione; apparentemente distinte, come vedremo in realtà è possibile scorgere tratti comuni.

Provando ad andare con ordine: il 19 aprile Area Democratica per la Giustizia licenziava un primo documento "sulle sfide della nuova crisi globale".

Muovendo da alcune considerazioni sulla situazione data, si affermava che "il parametro di riferimento delle scelte non può essere certamente quello della difesa di interessi corporativi, così della magistratura, come quello dell'avvocatura, ma esclusivamente nel modello costituzionale di processo e nella scala di valori che la stessa Costituzione ha fissato".

Seguivano elenco ed esempi, nonché i "temi dell'emergenza".

Non era davvero difficile scorgere sin da subito una lettura dimentica di alcuni capisaldi procedurali, poi resa manifesta dal successivo documento di cui si dirà più avanti.

A mero titolo di esempio, si auspicava un maggior utilizzo di attività investigativa in remoto ("opportunità che dovrebbero essere colte anche dopo l'emergenza") e si sosteneva la bontà della scelta di trasformare il difensore in ufficiale giudiziario, rendendosi unico recettore delle notifiche del proprio assistito.

Il giorno prima della Liberazione è stato convertito in legge il dl "Cura Italia": con l'introduzione dei commi da 12 a 12 quinquies il Parlamento ha licenziato un articolato mostruoso, del tutto antitetico alle regole del Giusto Processo.

Termini di custodia cautelare e prescrizione sospesi, indagini in remoto, camere di consiglio in camera da pranzo, processo in remoto, in Cassazione a richiesta (e ovviamente, nel caso si sospendono - di nuovo - termini e prescrizione). Eccetera.

Come Altan, fautore di una tecnica di drafting da osteria, il legislatore "impegnava il Governo" (il documento consta di ben 268 pagine) a modificare quanto la Camera aveva appena approvato.

Seguiva il decreto legge 30 aprile n.28, che eliminava (in parte) la Santa inquisizione.

Salvi ("immuni", sta all'art.6) la Liberazione e il Primo Maggio, uno potrebbe dirsi al sicuro. Salvi i Diritti?

Manco per idea.

Resta lo sconcio delle indagini in remoto, della Cassazione turris eburnea, della possibilità di trasmettere all'ufficio di Procura (a sua richiesta, hai visto mai?) atti in via informatica. Resta l'assurdo di colloqui sospesi in carcere con familiari e terzo settore "sino alla data del 22 marzo", non modificato con la legge di conversione. Il passato è una terra straniera, il futuro non si sa.

Tutti contenti?

Non proprio.

La Giunta UCPI delibera lo stato di agitazione, pur rivendicando di aver sventato una iattura epocale, attraverso il recepimento dei richiamati ordini del giorno, sollecitando i penalisti italiani a non prestarsi alle udienze in remoto (che' il rischio non è ancora sventato).

Area licenzia un nuovo documento a commento, segnalando la schizofrenia del Governo, denunciando la "mezza sconfitta dell'avvocatura associata, che per la verità mirava alla totale abolizione del processo da remoto". Si sostiene addirittura la "responsabilità della ripartenza in capo all'avvocatura, perfino laddove non sarà possibile tornare nelle aule in ragione del perdurante pericolo di contagio". Un'affermazione grave. Gli Avvocati chiedono da mesi di poter fare il loro lavoro in aula, in sicurezza, con la toga sulle spalle. La responsabilità della gestione delle udienze è - per legge - dei Capi degli Uffici, ma qui si invera la realtà.

Infine, voce dal sen fuggita, ma in realtà rivelatrice di un retro pensiero intollerabile, la critica di far sedere "sul proprio scranno nell'aula" (tanto valeva scrivere "trono") i magistrati, anche quando il processo è remotizzato, ponendo a rischio la propria salute. Non una parola, in precedenza, sulla disposizione che pone il difensore accanto al suo assistito e nel suo studio.

Una vergogna.

Ma siccome al peggio non c'è fine, ecco che l'ANM detta alle agenzie i suoi strali, lamentando come "venga rimessa alla volontà delle parti la scelta sullo svolgimento da remoto delle attività nel processo penale". Una visione proprietaria del processo, secondo la quale i Diritti possono essere unilateralmente sviliti, il processo annichilito e trasformato in reality, con Avvocati "usi a obbedir tacendo".

Infine, la chiosa della Giunta UCPI, circa "l'investimento politico che la magistratura associata aveva affidato a questo sconclusionato ed avventuristico progetto".

Un salto indietro.

Era il 9 marzo 2019, e altri confronti (i tavoli...) avevano luogo, su altri temi di (contro)riforma del processo penale.

Quel giorno, al Comitato direttivo ANM l'allora Presidente Minisci segnalava ai suoi la tattica adatta alla bisogna (come integralmente registrato dalla benemerita Radio Radicale): "sull'udienza preliminare non mi posso incontrare con le Camere Penali così, non mi posso presentare con l'eliminazione del l'udienza preliminare... al Ministro gliela faccio avere, ma gliela mandiamo a latere".

A latere.

Resta, a margine di questo tremebondo inseguirsi di comunicati, la sensazione acre di un sistema autopoietico, che la magistratura associata propone e tende ad imporre.

Così, percossa e inaridita, se ne sta la Giustizia italiana, in quest'anno bisestile e quasi palindromo.

Domani riaprono le fabbriche, qualche saracinesca la tiran su; metteremo il plexiglas alle nostre scrivanie, un grande futuro dietro le spalle.

Per i Tribunali si prega di attendere; fate i bravi, se potete.

 

*Avvocato