di Giovanni M. Jacobazzi
Il Riformista, 9 settembre 2026
Il Ministero della Giustizia ha speso tutte le risorse del Pnrr. Adesso sarà importante vedere se seguiranno i risultati sperati, iniziando da una migliore qualità complessiva delle sentenze. Al Forum Ambrosetti di Cernobbio lo scorso fine settimana, il ministro della Giustizia Carlo Nordio ha tracciato un primo bilancio delle riforme legate al Pnrr: obiettivi raggiunti e risorse spese. Un risultato che il Guardasigilli ha rivendicato con orgoglio davanti alla platea di imprenditori. Nordio ha poi parlato di un dimezzamento dei tempi della giustizia civile e di una riduzione del 31% in ambito penale, con un abbattimento delle pendenze civili superiore al 90% in tre anni: un livello, ha sottolineato, ormai allineato alla media europea.
Un traguardo che il ministro ha attribuito al lavoro della magistratura e, soprattutto, agli investimenti organizzativi introdotti dal suo dicastero. Al netto delle cifre, il passaggio più interessante ha riguardato proprio il rafforzamento strutturale del personale della giustizia. Per la prima volta nella storia repubblicana, entro l’anno la magistratura raggiungerà il pieno organico: dai meno di 9mila magistrati in servizio nell’ultimo anno (a fronte di una pianta organica di 10.500, con una scopertura del 15-20%) si è arrivati a un percorso di reclutamento straordinario, con quattro maxi concorsi banditi nel corso del mandato. Difficilmente con questi numeri l’Associazione nazionale magistrati potrà ancora lamentarsi.
Ma è un altro l’intervento su cui vale la pena soffermarsi: la stabilizzazione, inizialmente non prevista, dei 10mila addetti dell’ufficio per il processo. Si tratta del personale che nel 2021 era entrato nell’amministrazione della giustizia, a tempo determinato, per affiancare i magistrati nello spoglio dei fascicoli, nella ricerca giurisprudenziale e nella redazione delle bozze di provvedimento, per raggiungere così gli obiettivi del Pnrr. A questo si aggiunge un’altra stabilizzazione: quella dei giudici onorari, prima privi di previdenza e di garanzie di continuità, ora tutelati dalla riforma introdotta con la legge 51 del 2025. E come non ricordare, infine, le assunzioni straordinarie di personale amministrativo e di polizia penitenziaria?
Trasformare un dispositivo temporaneo, nato come misura emergenziale del Pnrr, in una componente stabile della macchina giudiziaria è stata una scelta che va oltre l’esercizio di rendicontazione a Bruxelles. Abbattere le pendenze è una condizione necessaria ma non sufficiente: la stabilizzazione dell’ufficio per il processo andrà misurata soprattutto sulla qualità delle sentenze prodotte, non solo sulla quantità di fascicoli smaltiti. Un sistema che azzera l’arretrato ma restituisce provvedimenti scritti in modo approssimativo, motivati in maniera frettolosa o esposti a un maggior tasso di impugnazione e riforma nei gradi successivi, rischia di spostare il problema più avanti nel tempo, anziché risolverlo.
In altre parole, la vera “prova del nove” per la riforma non si giocherà nei prossimi mesi, quando i dati sui tempi continueranno probabilmente a migliorare, ma nei prossimi anni, quando sarà possibile verificare se la stabilizzazione del personale dell’ufficio per il processo, e queste maxi assunzioni di personale, avranno inciso anche sulla tenuta tecnica e sulla solidità giuridica delle decisioni. Solo allora si potrà dire se l’investimento del Pnrr sulla giustizia ha prodotto un cambiamento strutturale, e non soltanto un effetto contabile sull’arretrato.









