di Luca Cereda
Avvenire, 10 agosto 2022
Il 35% dei detenuti nelle nostre carceri ha problemi con le sostanze, in pochi possono usufruire di servizi psichiatrici e psicologici e gli istituti “dedicati” sono soltanto 3 in tutta Italia. Il modello Milano con la Asst Santi Carlo e Paolo: un’équipe composta da 90 professionisti che lavora in rete col territorio.
Quando una persona entra in carcere, nei primi minuti affronta dei passaggi codificati: perquisizione e consegna degli oggetti di valore, raccolta delle impronte digitali. Poi la prima delle domande: “È tossicodipendente?”.
La risposta è sempre più spesso “sì”: secondo i dati del ministero della Giustizia, nel 2021 su più di 54mila detenuti presenti nelle carceri italiane quelli con una comprovata dipendenza dalla droga erano il 35,85%, ovvero 15.244.
“I dati raccolti dai servizi ambulatoriali delle carceri nazionali e dalle centinaia di persone che fanno volontariato dentro gli istituti di pena mostrano che l’eroina è la sostanza principale per cui il 70 per cento delle persone tossicodipendenti in carcere ha sviluppato una dipendenza. Segue con il 22 per cento la cocaina, l’alcol al 4,3 e la cannabis al 2.5 per cento” illustra Guido Chiaretti, membro del direttivo della Cnvg, la Conferenza Nazionale Volontariato Giustizia e presidente di Sesta Opera San Fedele.
Oltre al tema dei detenuti dipendenti delle droghe, c’è un altro problema che ha il carcere, e a che fare con le sostanze: infatti a più di un detenuto su quattro vengono dati psicofarmaci perché, secondo l’associazione Antigone, le ore settimanali di servizio psichiatrico sono in media solo 9 ogni cento detenuti, mentre quelle di servizio psicologico 18. Il rovescio della medaglia di questi numeri racconta di 47 persone che quest’anno si sono tolte la vita: si tratta di 10,6 casi di suicidio ogni 10mila detenuti. Fuori dal carcere succede a 0,6 persone ogni 10mila.
Non è finita qui, secondo l’amministrazione penitenziaria, i tentati suicidi e gli atti di autolesionismo sono molti di più: 11.315, aggravati dal fatto che negli istituti di pena italiani ci sono 120 persone rinchiuse per 100 posti disponibili. In Europa, peggio fa solo la Turchia. “Nei penitenziari in cui operiamo i detenuti tossicodipendenti trovano protocolli efficienti. Il problema è che questo succede in meno de110% delle carceri”, spiega il dottor Francesco Scopelliti, direttore delle strutture penitenziarie della Asst Santi Carlo e Paolo di Milano. Scopelliti guida la sua équipe composta da 90 professionisti tra medici, psicologi, assistenti sociali e criminologi che prendono in carico 3.500 detenuti all’anno tra il penitenziario minorile milanese Cesare Beccaria e le carceri di Bollate, Opera e San Vittore.
Nelle ultime due strutture, l’azione sanitaria di presa in carico e contrasto delle dipendenze è resa efficace anche dai reparti, rispettivamente, de La Vela e La Nave. Qui invece di celle grandi 9 metri quadrati, abitati 22 ore su 24 da sei persone e dove la turca è accanto al tavolo per mangiare, i detenuti sono in camere con due letti a castello, con i servizi separati da una porta, dove si resta solo 12 ore: “All’intento di questi spazi si svolgono le attività di trattamento avanzato delle tossicodipendenze.
Il percorso è affrontato dal punto di vista sanitario, lavorativo insieme al Terzo settore, e affettivo con i familiari” spiega Scopelliti. Se un detenuto è a un buon punto del percorso terapeutico, in fase di disintossicazione avanzata, può richiedere una forma di custodia cosiddetta “attenuata”, che prevede un percorso di reinserimento sociale specifico per chi ha una dipendenza.
Questo tipo di programma è portato avanti nelle Sezioni attenuate per il trattamento dei tossicodipendenti (Seatt) e negli Istituti a custodia attenuata per il trattamento dei tossicodipendenti (Icatt), ma di questi ultimi ne esistono solo tre: a Eboli in provincia di Salerno, a Giarre in provincia di Catania e a Roma nel carcere di Rebibbia. Va da sé che queste strutture hanno posti limitati che soddisfano poche centinaia di richieste all’anno, delle migliaia inoltrate dai detenuti. Paradossalmente però, il principale “intoppo” nel percorso di disintossicazione dei detenuti si presenta all’uscita dal carcere.
Fuori la percentuale di recidive dell’uso di sostanze è infatti molto alta: “Siamo riusciti ad abbatterla del 50% con un discreto collegamento tra i percorsi riabilitativi svolti in carcere e poi all’esterno. Il termine della pena non coincide con la fine della terapia. Se queste si interrompo bruscamente, il rischio che tornando in libertà si riprendano i comportamenti di prima è altissimo e di dati lo confermano: in questi casi la recidiva sale sopra il 75%”.
Per migliorare la situazione attuale basta mettere in pratica i dettami della legge 309 del 1990, secondo il dottor Scopelliti: “Seguendo le indicazioni di quella norma, a Milano 26 anni fa abbiamo creato all’interno del tribunale un’équipe che interviene formulando un programma terapeutico che presentiamo al Giudice della Sezione Direttissima che in questo modo una volta emessa la sentenza può inviare l’arrestato con dipendenze da stupefacenti in luogo comunità o SerD in alternativa alla carcerazione”.
La rivoluzione sta nel trasformare il tribunale in un luogo di cura con l’obiettivo di intercettare imputati con problemi di tossicodipendenza e proporre loro un percorso di riabilitazione, grazie alla presenza nei giorni di udienza di assistenti sociali, psicologi e medici nell’aula dei processi per direttissima: “Con questo tipo di intervento, che da anni proviamo ad esportare da Milano, - conclude Scopelliti - ogni anno intercettato 600 persone a cui viene data la possibilità di iniziare una cura in modo precoce, aumentando le possibilità di riuscita dell’intervento”.










