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di Enrico Caria, Luca Musella

Il Manifesto, 30 agosto 2025

Disegnato dall’architetto borbonico Nicolini con l’ambizione di controllare tutte le celle disposte su bracci radiali, il carcere napoletano è lo specchio del disastro civile che sono le carceri italiane. Se pensate che al circolo vizioso riscaldamento globale più condizionatori d’aria, e ancora più riscaldamento globale più condizionatori, e così via, nessuno provi a trovar rimedio, vi sbagliate di grosso: qualcuno, almeno in Italia, che tenta di farlo c’è. Parliamo dei quasi 63.000, tra uomini e donne, vecchi e bambini, che nonostante l’estate, nelle loro stanzette la temperatura media arriva pure a 37/38 gradi, non solo l’aria condizionata non la usano, ma hanno remore a usare pure uno di quei vecchi ventilatori messi talvolta a disposizione dalla struttura carceraria solo a pagamento. Se al caldo torrido poi, aggiungiamo l’endemico sovraffollamento delle nostre patrie galere, l’inferno dantesco è illustrato stavolta non dal pennino di Dorè ma dal rapporto di Antigone.

“Corpi ammassati in celle chiuse, spazi inadeguati, tensione alle stelle, condizioni igienico sanitarie inaccettabili, educatori e poliziotti in difficoltà…” questa la situazione delle nostre patrie galere, dove d’estate, passato, presente e futuro diventano un unico tempo indistinto, irrespirabile e grigio, che induce chi a bilanci, chi a nostalgie, chi al suicidio.

Numeri: ad aprile 2024, su 189 istituti, ne risultano sovraffollati 153 con percentuali che superano il 150%; in circa 36% degli istituti lo spazio calpestabile è inferiore a 3 metri quadrati a persona (sotto la soglia minima europea); in molte strutture l’acqua corrente è disponibile solo per poche ore al giorno e le celle restano chiuse e soffocanti per gran parte del tempo (la custodia chiusa infatti coinvolge il 60% circa dei detenuti); nel 2024 si è registrato il record di 91 suicidi di detenuti e nei primi 4 mesi del 2025 già se ne contano 33 (25 volte di più che all’esterno), ogni cento detenuti 22 compiono atti di autolesionismo, più o meno la stessa percentuale che fa regolarmente uso di psicofarmaci con una copertura d’assistenza psichiatrica di 7,4 ore settimanali ogni cento carcerati.

In quanto ai minori poi abbiamo un incremento del 54% in soli due anni, laddove col modello Caivano il Governo Meloni cercava invece, proprio in previsione di questi picchi di calore, di far del bene sbattendone così tanti “al fresco”… vagli a spiegare che è solo un modo di dire! Se poi a queste condizioni inumane e schifose, ci aggiungiamo le difficoltà burocratiche a volte sadiche che rendono l’accesso a formazione e lavoro pressoché un miraggio, ecco che entra in campo fin anche l’impossibilità di sognare che, come si dice a Napoli, “adda passà a nuttata”. Nuttata, che chi finisce chiuso proprio nel carcere napoletano di Poggioreale (la cui capienza d’estate può superare il 160%) ha ottimi motivi per ritenerla infinita.

Poggioreale: quartiere carcere o quartiere con carcere? Disegnato dall’architetto borbonico Antonio Nicolini con l’ambizione proto-orwelliana di controllare tutte le celle disposte su bracci radiali da una torre centrale, la mastodontica struttura ottocentesca è un labirinto tentacolare che si espande e domina la vita di tutto il quartiere, domina il sentire di Napoli orientale entrando nel cervello anche di chi con il carcere non ha niente a che spartire. Cosa che non avviene, per esempio, con San Vittore a Porta Magenta, o a Regina Coeli a Trastevere, che per quanto a Milano e a Romain pieno centro, sono come fortini inespugnabili scollegati dalla realtà circostante.

Qui invece i codici di Poggioreale, le sue linee d’ombra, determinano coscienze e conoscenze di molti abitanti del quartiere; qui le lingue di Poggioreale si ibridano con quelle delle marginalità estreme proprio perché si crea una osmosi particolare e unica tra il dentro e il fuori. Come anche tra bianchi e neri o tra guardie e ladri, sovrapponendo e a tratti confondendo, il destino di chi è detenuto e di chi detenuto non è. D’altra parte lo stesso sviluppo di Napoli est, di cui Poggioreale è cuore pulsante, assurge a simbolo delle mattanze sociali che si sono succedute con una popolazione in perenne e precario equilibrio tra decenza sfiorata con l’ascensore sociale del sogno operaio e, tra dismissioni e ghettizzazioni sempre più rauche, declino che non trova più ostacoli.

Angelo, in questo ascensore guasto, si è perduto. Figlio di operai, di quella cultura perbene della operosa sobrietà, ma cresciuto in mezzo a una piccola malavita di cui ha mutuato codici e difetti. “Nel quartiere dove sono cresciuto,” racconta facendo raffreddare il caffè, “parole come viaggio o vacanza, non indicano le ferie ma i periodi di detenzione. Qua pure una famiglia a posto si può trovare il figlio coinvolto in qualche casino… la mia famiglia ha fatto di tutto per tenermi fuori dai guai, ma io inciampavo continuamente e mia madre, durante l’ultima detenzione… lei si era allontanata da me. Non reggeva più, pensava che avrei travolto tutti nei miei… abissi! Solo mio padre non è mai riuscito a perdere la fiducia in me, nonostante che ero un rottame, fatto e fuori di testa”.

Così, proprio durante un’estate al fresco, Angelo si è trovato solo in una cella, fatto a metadone, con la consapevolezza che la vita gli aveva voltato le spalle o forse, che gliele aveva voltate lui. Però voleva vivere, voleva ritrovare l’amore della famiglia che aveva riempito di vergogna. Non sapeva più come fare, e non sapeva come non fare. “È stato un attimo… come una sospensione di quei pochi secondi tra andare via oppure restare, aggrappandomi a quello che ancora tenevo: la storia operaia di mio padre”, e così si è ripreso dal suo maldestro tentativo e ha smesso di pensare a cappi e coltellini. “Mio padre,” dice con un sorriso da bambino, “mi ha trasmesso il suo lavoro goccia a goccia e oggi che ho una bella famiglia tutta mia e un poco di serenità economica mi dimentico di quei momenti in cui vedevo la morte come un premio”.

Angelo infatti, è ora pure lui operaio, meccanica di precisione, roba che anche i cinesi a quelli come lui gli fanno un baffo. Una storia bella la sua, in questa Napoli orientale assediata da campi rom, roghi di rifiuti tossici, tumori stranissimi, disservizi da Quarto Mondo… eppure, incredibile a dirsi, è proprio a Poggioreale e dintorni che si vanno materializzando appetiti di nuove speculazioni edilizie. Qualcuno ci vede addirittura il nuovo stadio, mentre tutt’intorno… bè, tutt’intorno vanno in pezzi pure le esistenze di chi ci vive: quelli che il carcere lo hanno vissuto come quelli che ci girano attorno o che ci lavorano.

Disservizi, assenza di lavoro, corruzione, degrado… diventano variabili fisse d’un intero quartiere penitenziario, dove l’individuo si scopre fragile e sceglie se camminare rasente ai muri divorato dalla paura, o essere spavaldo e mettere in conto di dover uccidere o essere ucciso. In questo senso il carcere diventa passaggio obbligato, come una tappa possibile nell’attraversamento delle troppe linee d’ombra.

Gianni è una guardia carceraria in pensione che del suo lavoro, però, non vuole parlare. Vedovo, con i figli lontani in qualche nord, passa giornata a caccia di ex detenuti: gli unici, evidentemente, in grado di reggere la sua compagnia; eppure potrebbe benissimo cercarsi qualche ex collega con cui chiacchierare. Invece è come se il suo, di ergastolo latente, lo abbia talmente tanto fatto immedesimare nei linguaggi detentivi che alla fin fine sono quelli, gli unici che riesce a praticare. La cosa che poi ci stupisce di più è che… Gianni non segue mai un ragionamento logico: se si avvicina ai suoi amici ex-galeotti mentre, per esempio, stanno parlando del tempo, lui vuole parlare del Napoli o viceversa. Come ancora volesse esercitare una forma di autorità. É fuori lui, ma è ancora dentro.

Gli ex detenuti, tra tagli al welfare e contributi mai versati, vivono fuori dalle mura carcerarie, come sospesi. Qualche debito di riconoscenza da riscuotere, piccole refurtive da rivendere, il minimarket che fa credito, e si galleggia. E, a meno d’essere balordi incalliti o far parte di un clan, provano generalmente a star lontani dai guai: dei leoni di gioventù, molti conservano solo lo sguardo veloce e malinconico sopra a corpi malandati. Come lupi a fine corsa. Allora si inventano professioni fantasiose, come Giuseppe: aiutante abusivo del parcheggiatore abusivo. Praticamente questo signore gira attorno al parcheggiatore abusivo “ufficiale”, e quando quello va appigliarsi un caffè oppure deve andare in bagno ZAK! Giuseppe approfitta della sua assenza per intascare qualche monetina al posto suo per poi rintanarsi nell’ombra fino alla prossima occasione.

Anche fuori dal carcere, sotto l’ingresso, ci sta chi si piazza con buste di plastica e altro per gestire la logistica dei pacchi per il dentro. Oppure per conservare gli oggetti personali dei familiari in visita che non possono essere introdotti. Altro mestiere, che pensavamo ormai in disuso e invece c’è ancora, è quello dello scrittore di lettere d’amore. Pasqualino lo faceva quando stava dentro e adesso lo fa anche fuori che gli analfabeti non mancano mai. “Ero uno dei pochi che sapeva scrivere e compilavo le domandine degli altri detenuti, ma spesso mi chiedevano pure queste lettere d’amore che all’inizio non tenevo proprio idea da dove cominciare. Allora andavo a cercare nella memoria i versi delle canzoni nostre, tipo: tu si na cosa grande pe me, oppure che ci diciamo a fare parole amare, e poi ho iniziato a inventare io cose tipo sento il tuo profumo sul mio cuscino, oppure le tue mani che mi accarezzano dolcemente le cosce…”

Ma poi, confessa, per non mettersi a ridere Pasqualino finiva sempre per sdrammatizzava con qualche battuta volgarissima. “Però la cosa che mi imbarazzava di più non era tanto scriverle, quanto leggerle dopo ad alta voce, non so spiegare… ma in quel momento, mi facevano pena loro e mi facevo pena io”.

Napoli pallida madre, dove l’eterno destino della plebe vede nella figura femminile un incastro diabolico, in cui violenza subita e violenza restituita si confondono. Come per Franca, che è stata tutto e il contrario di tutto: vittima, da bambina abusata e poi carnefice con una lunga fila di reati più o meno gravi; detenuta nelle carceri e sottoposta a pene alternative, ma pure detenuta nella droga, nell’alcol, in relazioni tossiche ripetitive nella sopraffazione e nel degrado. Per le donne delle marginalità napoletane oltre allo stigma criminale, incombe pure quello della “malafemmina”, colei che madre-figlia-sposa rappresenta un pericolo simile alle sabbie mobili. Una trasformazione culturale che colpisce e segna in modo diverso il destino delle donne, proprio perché somma alla carriera criminale qualcosa di ambiguo, di sporco, che diventa segno indelebile per tutta la vita. Malafemmina, dove alla trimurti prostituta/tossica/ladra, si alterna in Franca una personalità dolcissima, in cui la delicatezza diventa sguardo, sorriso storto, gesto d’istinto generosissimo. E nel suo caso la violenza ha scavato anche un solco nella determinazione della sessualità, trasformandole il corpo in valore di scambio economico, nel tentativo disperato di superare il trauma subito. L’immortalità di Filomena Marturano vede fusa nella figura della malafemmina il massimo del degrado possibile, ma abbinato alla redenzione mistica, della trasfigurazione poetica di madre, di super madre.

Ogni altezza di questo popolo viene dal basso, e le donne del peccato, in questo senso, sono la più alta espressione della cultura popolare napoletana; come sirene il cui canto è meraviglioso ma mortale. Nina è una donna molto vecchia che ancora vende sigarette di contrabbando, mezza sorda ma che non si perde mai una puntata di Un posto al sole. Come tutti i sordi non parla, urla: “a dodici anni già ero donna… ma non solo per quello che pensate voi, ero donna perché già a sei anni dovevo arrampicarmi su una sedia e lavare tutti i piatti. La mamma lavorava dai signori e io dovevo badare ai miei fratelli e a mio padre. Mia sorella era più grande ma mezza rachitica. Era finita la guerra ed io facevo impazzire gli americani: ero troppo bella per crescere sana. Uno mi ha preso un basso ed è venuto a vivere con me. Da allora gli uomini mi hanno preso e lasciato, ho avuto figli che non so con chi ho fatto, ho fatto casini e venduto sigarette. Il carcere era normale per me. Ho avuto tante condanne”. L’amore, per lei, era troppo simile a un perenne tradimento, proprio uguale alla sua esistenza, eppure conservava una solarità e in questo, le differenze tra le bambenelle di ieri e quelle di oggi si materializza in un’unica parola: alienazione.

Oggi, forse, la vera condanna a morte è la solitudine dei destini dei fragili. A Poggioreale, proprio per la sua composizione sociale, è naturale avere per vicino di casa un detenuto agli arresti domiciliari… ma attenzione: anche mettere solo un piede fuori casa è evasione! E così, se nei film l’evaso è sempre avvolto in una romantica aura di avventuriero, a Poggioreale è al massimo statica presenza nel cortile di casa dove gli sarebbe proibito scendere. Di alcuni di loro si conosce solo il lamento e talvolta le ore in cui esplode, di quelli meno accorti o insofferenti, diventano alla fine familiari anche i volti che non andrebbero mostrati. E così, nel sentirsi oppressi in un perimetro che accerchia, nasce, può nascere, addirittura la nostalgia per la cella perduta. Per i rapporti franchi che si avevano. Per quel senso di appartenenza, di trincea, mentre fuori dal carcere si vive in solitudine anche fra le mura domestiche.

Altra cosa che colpisce è che nonostante la bassa scolarizzazione, scontando queste specie di ergastoli intermittenti, alcuni ex detenuti sviluppano una competenza burocratica incredibile, per cui sanno spesso indirizzarti nei tortuosi sistemi della Sanità o agevolarti nella richiesta di una invalidità, di un sussidio o di qualche altra diavoleria amministrativa. È il lento scivolare identitario tra la figura del detenuto e la figura del carceriere di sé stesso, che impone una conoscenza, quasi un ritmo, simile e speculare a quello della guardia. E in tal modo si diventa spesso secondini di sé medesimi e delle esistenze dei propri cari. Inferni di alienazione sovrapposti: quello della detenzione carceraria e quello delle diversamente detenzioni della contemporaneità. Due degradi estremi che non sai più né distinguere né scegliere: confini, che nel caso di Poggioreale, diventano sfumati.