di Massimo Franco
Corriere della Sera, 22 febbraio 2025
Un governo compatto a difesa del sottosegretario Delmastro, ma silenzioso sulla ministra Santanchè, attacca i magistrati. Le conseguenze della condanna del sottosegretario meloniano alla Giustizia, Andrea Delmastro, per rivelazioni di notizie che dovevano rimanere segrete, sono ancora in incubazione. Ma nell’immediato si inasprisce il conflitto istituzionale tra politica e magistratura. E da giovedì la premier Giorgia Meloni ha due membri del governo impigliati in questioni giudiziarie: Delmastro e la ministra del Turismo, Daniela Santanchè. Su entrambi Palazzo Chigi ha scelto una linea di difesa netta in nome del garantismo, seppure venata di imbarazzo. Semmai, a colpire è la differenza con la quale i due casi sono stati accolti da FdI, il partito di Meloni.
Nessuna solidarietà, se non rara e d’ufficio, a difesa di Santanchè: un isolamento ostentato che non le ha impedito, forte del rapporto col presidente del Senato Ignazio La Russa, di sfidare la stessa premier dopo un primo rinvio a giudizio. Grandi manifestazioni di vicinanza, invece, per Delmastro, con attacchi frontali al potere giudiziario. Tanto più per il paradosso che la Procura chiedeva l’assoluzione, mentre il tribunale lo ha condannato. Ma l’argomento è usato dall’Anm alla rovescia. La tesi è che la separazione delle carriere di fatto già esiste. Vogliono colpire la riforma della giustizia, insistono dalla maggioranza, perché sono magistrati di sinistra. Lo stesso Guardasigilli, Carlo Nordio, ha usato parole di encomio verso Delmastro.
Il tema, tuttavia, è fin dove può portare uno scontro che non riesce a trovare un simulacro di dialogo. Il cambio ai vertici dell’Anm, guidata ora da un magistrato fautore del dialogo come Cesare Parodi, non ha prodotto effetti. Al punto che lo sciopero irrituale indetto dall’Anm per il 27 febbraio resta confermato. E promette di aumentare le tensioni col governo, con esponenti di FI come Maurizio Gasparri che arrivano a evocare un comportamento eversivo. Il vicepremier Antonio Tajani concorda con Meloni sul fatto che Delmastro rimane innocente fino al terzo grado di giudizio, e dunque non si deve dimettere. E la Lega fa lo stesso, sebbene tutti siano distratti dalle mosse a dir poco spiazzanti di Donald Trump contro l’Ucraina e l’Europa.
Il Carroccio, tra l’altro, accarezza l’ipotesi che il vicepremier Matteo Salvini torni al Viminale, sospinto dai sondaggi favorevoli preparati dal trumpiano Elon Musk: prospettiva remota ma intrigante. È un grumo di problemi che finora Meloni ha maneggiato con un silenzio indicato come inevitabile, secondo gli alleati; o figlio di un imbarazzo crescente, a detta degli avversari. Eppure, in una situazione fluida, navigare a vista appare una scelta plausibile: almeno nel breve periodo.











