di Eleonora Martini
Il Manifesto, 9 maggio 2026
Una sentenza della corte d’Appello dell’Aquila boccia gli orari di servizio imposti dal Dap agli agenti. Sono pochi, male organizzati e sottoposti a turni stressanti. Ed è uno dei motivi che concorrono a rendere le carceri un luogo disumano e insicuro. In Sicilia tutte le sigle sindacali della polizia penitenziaria hanno proclamato lo stato di agitazione contro l’assegnazione di “sole 77 unità destinate alla regione degli agenti usciti dal 186° corso”. Mentre a L’Aquila la Corte d’Appello della sezione Lavoro ha dichiarato “assolutamente illegittima” la “predisposizione di turni di lavoro di durata eccedente le sei ore giornaliere”. A dare notizia della sentenza del 3 maggio è Gennarino De Fazio, segretario della Uil Fp penitenziaria che è ricorsa in appello contro il Dap.
Secondo i giudici la turnazione di lavoro imposta - in questo caso dalla direzione del carcere di Lanciano - è “in contrasto con l’art. 8 c.4 dell’accordo quadro” di categoria, “deve ritenersi assolutamente illegittima e costituisce plateale violazione della disciplina contrattuale” degli agenti. Il pronunciamento riguarda la casa circondariale della città abruzzese dove l’amministrazione penitenziaria “ha per anni imposto turnazioni lavorative con la previsione di lavoro straordinario programmato in assenza di un accordo sindacale e senza peraltro garantirne l’intero pagamento” agli agenti in servizio. Ma si può estendere facilmente a quasi tutte le altre carceri italiane. Per la Uil si tratta di una sentenza “in linea con l’ormai consolidata giurisprudenza anche della Cassazione, che evidenzia ancora una volta come e quanto il Dap continui a calpestare” diritti sindacali e di rango costituzionale dei baschi blu.
Il risentimento verso il governo Meloni (che dovrà risarcire le spese giudiziarie) è forte: “Non bastano slogan o assegnazioni parziali per risolvere un’emergenza strutturale”, scrive il sindacato ricordando che a fronte di “64.493 i detenuti letteralmente stipati in appena 46.334 posti”, mancano “più di 20mila agenti, anche per via di assegnazioni soprannumerarie in uffici ministeriali e sedi extracarcerarie”. A ciò si sommano “strutture decadenti, insalubri e non di rado infestate da roditori e parassiti, deficienze nell’assistenza sanitaria, specie nella cura dei malati di mente, inadeguatezza di strumentazioni e di equipaggiamenti, disorganizzazione imperante e molto altro ancora. Un mix esplosivo che produce sofferenza, suicidi e malaffare, ben lungi dal dettato dell’art. 27 della Carta Costituzionale”.











