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di Roberto Cornelli*

fondazionefeltrinelli.it, 24 aprile 2022

La vicenda giudiziaria sul caso Cucchi indica a chi studia le polizie una cosa molto semplice: quando capita qualcosa che non dovrebbe accadere, in strada come in una caserma, in una stazione di polizia, in un carcere o in un centro per stranieri, le forze dell’ordine italiane non hanno procedure interne efficaci che assicurino trasparenza e consentano di dare conto di ciò che è accaduto. Tutto è rimesso alla magistratura e, quando ci sono, ai familiari della vittima, che devono fare i salti mortali per ricostruire la verità.

Certamente in Italia le morti in operazioni di polizia sono di gran lunga inferiori rispetto a quelle di altri Paesi democratici (si pensi alle circa mille morti all’anno negli Stati Uniti) e questo dovrebbe rassicurare, ma anche indurre a riflettere su come attrezzarci al meglio imparando proprio da vicende come quella di Cucchi. Se di fronte a un corpo malmenato, per il solo fatto che quel corpo mostrava lesioni, si fosse attivato un intervento immediato di accertamento amministrativo dell’accaduto, una sorta d’indagine interna da attivare obbligatoriamente e con la presenza di rappresentanti indipendenti (i garanti per le persone private della libertà, per esempio), forse non solo la verità si sarebbe conosciuta prima, ma quel giovane uomo avrebbe potuto ricevere le cure adeguate per salvarsi, al di fuori del circuito istituzionale che lo ha continuato a vedere, per 6 giorni, come un criminale. Di sicuro la spinta auto-conservativa che ha portato a depistaggi e falsità e che ancora resiste in chi ha una visione autoritaria e autoreferenziale delle istituzioni di polizia, avrebbe faticato a emergere.

Misure efficaci di accountability volte a chiedere conto di una situazione sospetta di abuso non devono riguardare il solo intervento della magistratura, comunque fondamentale per qualificare l’esistenza o meno di uno stato di diritto, ma vanno previste anche all’interno delle stesse organizzazioni di polizia, a cui è delegato il delicato compito di garantire la tranquillità sociale anche con la forza se la situazione lo richiede. Non si tratta di un fatto tecnico, ma di un aspetto cruciale del più ampio processo di democratizzazione delle istituzioni pubbliche. Provo a spiegare perché.

L’uso della forza da parte delle polizie a volte è necessario, ma in ogni democrazia rimane problematico per il rischio che si ecceda. Ed è bene che rimanga un aspetto critico, da monitorare attentamente: non dimentichiamoci mai che la libertà che tanto ci sta a cuore ha origine dalla limitazione del potere delle istituzioni di polizia di disporre del corpo delle persone arrestate senza doverne rendere conto. Il riferimento storico è all’habeas corpus, all’ordine emesso dalla corte reale inglese di esibire il corpo della persona che si trova in custodia presso prigioni o stazioni di polizia per verificare che la persona sia ancora viva, non sia stata torturata e quali siano state le condizioni del suo arresto. Ma anche all’art. 13 della Costituzione sull’inviolabilità della libertà personale e sull’inammissibilità di qualsiasi restrizione della libertà personale se non per atto motivato dell’autorità giudiziaria e nei soli casi e modi previsti dalla legge, le cui radici vanno cercate nelle storie di chi subì l’arbitrarietà dell’esercizio del potere di polizia sotto il fascismo. Tanto l’habeas corpus quanto la Costituzione hanno a che fare con la limitazione della discrezionalità amministrativa (tanto in prigione quanto per strada) a tutela di diritti e libertà delle persone e, in definitiva, con la democrazia. Non a caso il primo elemento che osserviamo per definire un regime come autoritario o democratico è proprio il modo di agire (e in particolare i limiti d’azione) delle polizie: in Russia come in Cina, in Birmania e in molti altri luoghi del mondo, sono le polizie a segnare in concreto il rapporto tra cittadini e potere, sacrificando le libertà dei primi per rafforzare la presa del secondo sulla comunità.

Ma non basta considerare la distanza dei nostri sistemi politici dalle esperienze autoritarie di altre parti del mondo. Se è vero che la democrazia, come sostiene Slavoj Žižek, innalza a condizione essenziale del proprio funzionamento ciò che altri sistemi politici percepiscono come minaccia e cioè “la mancanza di un pretendente naturale al potere”, occorre allora essere coscienti del rischio sempre attuale per le democrazie che questa “vacuità del potere”, così importante per garantire che chiunque possa ambire a rappresentare e affermare la propria idea di società, possa essere riempita in modo esclusivo e definitivo da chi esercita il potere. Lo scivolamento delle democrazie in regimi autoritari o perfino totalitari starebbe proprio nell’indebolimento di dispositivi giuridici e culturali capaci di frenare la spinta di una parte a occupare stabilmente il potere imponendosi come il tutto.

Affermare la democrazia richiede dunque l’impegno quotidiano di promuovere un sentire collettivo che trova nell’apertura e nell’inclusione degli ancoraggi saldi e di rafforzare regole e procedure istituzionali che impediscano a chiunque eserciti il potere, a qualsiasi livello e per qualsiasi scopo, di percepirsi senza vincoli nell’agire e al di sopra della legge.

In queste coordinate generali, anche il rischio che si eccedano i limiti di legittimità nell’azione di polizia necessita di uno sforzo quotidiano che non può essere lasciato nelle mani dei soli agenti che gestiscono situazioni più o meno critiche, contando esclusivamente sul loro equilibrio, sul loro senso etico, sul loro autocontrollo. La questione è culturale, organizzativa e politica e richiede che si attuino delle riforme utili a contenere al massimo quel rischio.

Nel 1981, in pieno terrorismo, il Parlamento italiano approvò una legge importante di riordino del comparto della Pubblica Sicurezza, che prevedeva, tra l’altro la smilitarizzazione della Polizia di Stato. Vent’anni dopo, nel 2001, Il Comitato dei Ministri del Consiglio d’Europa ha approvato il “Codice europeo di etica per la polizia”: una raccomandazione che costituisce il primo strumento sovranazionale in materia di sicurezza emanato da una istituzione europea. In questi ultimi decenni non sembra esserci stato un grande impegno nel prendere la strada delle riforme in un ambito così importante e cruciale per la democrazia. Spesso ci si concentra sull’adozione di nuovi equipaggiamenti come se si fosse di fronte a interventi epocali. Mi sembra che la posta in gioco sia invece molto più alta e valga la pena prenderla sul serio. Spesso sono le conquiste sociali e civili a segnare i progressi democratici di un Paese; ma i progressi sono segnati anche da come le istituzioni accompagnano i cambiamenti sociali e civili, dalla loro capacità di organizzarsi in modo coerente con quei progressi e, qualche volta, di renderli possibili. Le polizie non fanno eccezione ed è bene prestare loro la giusta attenzione.

*Professore Associato nell’Università di Milano-Bicocca