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di Tommaso Giani

Corriere Fiorentino, 5 giugno 2025

Per la prima volta in vita mia arrivo a Pontremoli, ultima propaggine di Toscana che a guardare la cartina sembra quasi un corpo estraneo, incuneata e incastonata com’è fra Liguria ed Emilia. Il paese di 7 mila abitanti, centro nevralgico della Lunigiana, è noto ai più per motivi di viabilità e per essere la casa di Zucchero Fornaciari. Ad accendere il mio interesse invece è uno dei suoi edifici meno appariscenti, il carcere minorile: al suo interno vi abitano 19 detenute minorenni in arrivo da tutta Italia, visto che nel nostro Paese di penitenziari per ragazze al di sotto dei 18 anni ce ne sono appena due, uno a Roma e l’altro per l’appunto a Pontremoli.

“Hai visto che disastro? Ancora una volta hanno chiuso la ferrovia per Parma”, fa quasi per scusarsi don Giovanni dandomi il benvenuto alla stazione diventata da un po’ di tempo (a causa dei lavori sul tratto appenninico) capolinea obbligato dei treni da La Spezia. “Dal 2020 oltre che della parrocchia mi occupo anche del carcere minorile femminile, come cappellano”, racconta don Giovanni. Infatti non a caso ho scelto di rivolgermi a lui per cercare di capire se, dopo l’estate, una squadra giovanile di calcio della zona potrebbe insieme a me darsi da fare in un progetto di volontariato all’interno dell’istituto penale.

Di fronte alla mia proposta pervenutagli telefonicamente un paio di settimane fa, Giovanni si è mostrato subito disponibile e interessato: nel giro di pochi giorni mi ha organizzato un colloquio con la direttrice del carcere minorile femminile. Tanti tasselli vanno ancora trovati e messi al loro posto, per trasformare in realtà il mio desiderio da educatore di giovani calciatori; ma intanto il primo incontro con la direzione è stato positivo. E poi camminare per le vie di Pontremoli insieme a don Giovanni è un’esperienza che già di per sé vale il tempo di un viaggio. Il prete del paese a dispetto dei suoi 60 anni ha ancora la tempra di un ragazzo scapigliato.

Mentre mi guida fra trattorie, chiese, castelli e pasticcerie, non riusciamo a fare venti passi senza che qualcuno lo saluti. Per gli studenti del liceo il don è il loro professore di religione, per i negozianti è il cliente più affezionato, per gli operai in pausa pranzo un amico con cui scambiare battute di spirito senza il minimo imbarazzo, per gli anziani una guida spirituale nonché punto di riferimento della comunità paesana. E poi ci sono le “bimbe” dell’istituto penale minorile, a cui Giovanni vuole un bene dell’anima andandole a trovare spesso e volentieri.

Anche dietro le sbarre il sacerdote di Pontremoli è un’istituzione: gli agenti lo salutano calorosamente, e anche le ragazze chiedono sempre di lui. Una di loro la incontriamo, io e Giovanni, fuori dal carcere insieme ad altre studentesse: “Alcune ragazze hanno il permesso del giudice di uscire la mattina per frequentare il liceo qui in paese, tornando in carcere per pranzo”, mi spiega il mio cicerone pontremolese: “Quello in cui io cerco di impegnarmi per queste ragazze è proprio il loro legame con il paese di Pontremoli, che al momento dell’inizio della carcerazione è un luogo sconosciuto. Queste giovani detenute d’altronde arrivano da città lontane.

Però poi grazie alla presenza dei volontari in carcere e a qualche attività che il giudice autorizza in esterna, diverse di queste ragazze iniziano a sentire questo posto come casa, e alla fine della pena mi chiedono di aiutarle a stabilirsi qui”. Ad alcune ragazze uscite dal carcere negli ultimi anni don Giovanni ha trovato un primo alloggio a casa di famiglie di parrocchiani, mentre per altre si è dato da fare per aiutarle a trovare un lavoro. “Vedi quella ragazza che sta servendo ai tavoli laggiù in fondo?”, richiama la mia attenzione il prete più rock della Lunigiana mentre siamo seduti a un tavolo da due in una trattoria del centro: “È una ragazza che ho conosciuto in carcere. Anche lei ha scelto di fermarsi qui dopo il fine pena”. Pontremoli per me, amore a prima vista.