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di Sara Del Corona

marieclaire.it, 20 aprile 2026

Abbiamo parlato con la direttrice, due giovani detenute e la comandante della Polizia penitenziaria. Se vi capita di andare a Pontremoli, a parte i testaroli - facile - dovete assolutamente provare gli amor: doppia cialda di wafer con una crema fresca e burrosa in mezzo, ogni pasticceria li fa a modo suo. Danno dipendenza. Don Giovanni Perini, il cappellano dell’unico Ipm (Istituto Penitenziario Minorile) esclusivamente femminile d’Italia (in Europa ne esiste solo un altro, in Belgio), ne ha sempre portati molti vassoi alle ragazze dentro. Una volta una è scappata, e quando l’hanno ripresa gli ha detto “don, ho battuto tutte le pasticcerie di Milano ma ci credi? Non avevano neanche un amor”.

Che posto è, un posto senza amor. Quella libertà rubata, forse è stato quasi meglio doverla restituire in cambio di una merenda dolce e di una cella vicino alla sponda sinistra del torrente Verde, prima che confluisca nel Magra. In un nido stretto, con sbarre che pungono, nel cuore della Lunigiana.

L’Ipm è un parallelepipedo grigio/giallino e anonimo. Mentre entriamo a visitarlo, ospita 12 detenute che stanno scontando pene definitive o sono in attesa di primo giudizio, ma il limite massimo è 16. Rispetto alle realtà maschili ben più sovraffollate, anche in conseguenza dell’inasprimento delle pene e delle misure cautelari del decreto Caivano, qui si respira. Allargando un po’ la prospettiva grazie all’ultimo Rapporto di Antigone (associazione per i diritti e le garanzie nel sistema penale), che a fronte di un aumento di detenuti e operatori denuncia una diminuzione del budget stanziato dal Governo per il Dipartimento della Giustizia Minorile, nel 2025 in Italia i detenuti nei 17 istituti penali per minorenni esistenti erano 572, di cui 242 stranieri, e 21 ragazze. Solo circa la metà avevano meno di 18 anni, perché gli Ipm ospitano anche giovani tra i 18 e i 25 anni che hanno commesso reato da minorenni. Sono comunque numeri bassi rispetto alle 17.027 persone (solo 1535 femmine, dati al 31 gennaio) che ha in carico la giustizia minorile: lo strumento riparativo centrale del modello italiano non è la detenzione. La maggior parte dei ragazzi è gestita, attraverso progetti trattamentali, dagli Uffici di servizio sociale per i minorenni, una parte viene destinata alle comunità, una parte (3.273) accede alla “messa alla prova”: che sospende il processo per un periodo (fino a 3 anni per reati gravi, fino a 1 anno per altri), ritagliando su misura del minore un percorso educativo e di riabilitazione. Se va a buon fine, il reato si estingue e con esso la necessità della detenzione. Ma ora siamo qui. Lasciamo all’ingresso documento e cellulare, superiamo qualche porta e incontriamo quattro donne per farci raccontare.

“Mi sono laureata in Scienze dell’educazione, poi in Scienze politiche con indirizzo in Scienze della pubblica amministrazione, poi ho preso un master in Scienze criminologiche con un’esperienza, tra l’altro, nel circuito di massima sicurezza. Ho una famiglia, a Viterbo. Ci torno nel fine settimana. Sono arrivata qui in un momento di sovraffollamento, rivolte ed evasioni in ambito minorile. Una o due volte a settimana veniva da Firenze un comandante della polizia penitenziaria, ma per il resto del tempo mi sono dovuta arrangiare da sola, dando indicazioni operative alle agenti senza avere alcuna competenza in merito. Ce n’erano molte neoassunte in servizio da un mese, un mese e mezzo, in fase di apprendimento. Tantissimo aiuto l’ho ricevuto dalle persone che storicamente stanno qua, e per il resto, piano piano, ci siamo inventati e costruiti il nostro modo. Negli ultimi anni è cambiato il profilo delle ragazze detenute in un Ipm. Prima erano autrici soprattutto di reati contro il patrimonio, ma ora aumentano quelli contro la persona. Penso che in questa fase storica ci sia una grande incapacità di leggere le proprie emozioni, di canalizzarle e di trovarne un senso, di contenere l’aggressività e dare ascolto a un istinto di conservazione che prima funzionava da deterrente. Qui però, il forte legame che ha l’istituto con la comunità che lo ospita continua a essere una preziosissima risorsa.

C’è una scuola interna al carcere, ma non è raro che una detenuta ottenga il diploma frequentandone una fuori. Ci sono progetti teatrali in cui i ragazzi fuori e dentro si mischiano e festival, come Medievalis, in cui le detenute possono gestire il loro banchetto, e misurarsi con un’idea di libertà. Soprattutto c’è lo spazio, grazie a un lavoro di equipe, perché le ragazze scoprano di essere una persona, di avere un’unicità da cui ripartire. Ogni storia è diversa e merita la giusta dignità, anche se ha portato a compiere un crimine. Siamo qui per rimettere insieme i pezzi. A volte le ragazze hanno solo bisogno di essere indirizzate, contenute, ascoltate, di avere una giornata strutturata, con qualcosa da fare. Di fermarsi e andare più adagio, ristabilire una routine che spesso hanno perso (svegliarsi, andare a scuola, fare attività, andare a letto) per potersi guardare in un altro modo e vedere un’altra versione di sé. In Ipm oltre ai cellulari sono banditi gli specchi comuni, ma sto lavorando per ottenerne di speciali, infrangibili, sono molto cari, ma ora le ragazze si specchiano sull’ottone della rubinetteria o sugli specchietti di plastica per bambini, sfocati e deformanti. Hanno bisogno di vedersi più limpidamente. Siccome qui hanno tempo, guardano molto anche noi. Ti puoi nascondere quanto vuoi, ma ti vedono. Allora non ti resta che metterti a nudo. La cosa più difficile è dire no a qualche loro richiesta, anche se ti strappa il cuore. Potresti essere più morbida, eviteresti magari una crisi, ma le ragazze hanno diritto alla coerenza. Passa di lì la strada per un futuro. E infatti anche se per tradizione nel tempo sospeso del carcere non esistono i compleanni, qui li festeggiamo sempre, e li festeggiamo forte”.

“Qui sul braccio “Benedicida”, benedetta da Dio. Questo “Mia” è il nome di mia sorella. Sulla clavicola destra, “Liberté”. Poi “Loyalty”. “Mama” di qua e “1975” è l’anno in cui è nata. Ah sì, questo “Sorry” l’ho fatto che non ero molto lucida, è rivolto a mia mamma. Vuole rivedermi a casa, che finisca il prima possibile, la prima volta che mi è venuta a trovare, apposta da nord solo per me, mi ha fatto effetto, è stata un’emozione. Nel condominio grande dove sono cresciuta, tra le case popolari, tutte le famiglie si conoscono. Sono tutti crackomani, eroinomani, mia mamma beveva soltanto. Da quando ero piccola, col divorzio, è stato un continuo di assistenti sociali, ho iniziato presto a non andare a scuola. Si scendeva giù, si stava con chi c’era. Ho iniziato a bere, fumare, già prima dei 13 anni commettevo reati. Dalle comunità sono scappata più volte, tornavo a casa, perché casa è casa.

Poi mi hanno dato la pena sospesa ed ero pulita, ma a un certo punto verso le 4 del mattino sono venuti a prendermi i carabinieri per una denuncia, una delle tante vecchie che avevo in accumulo, ho salutato mia mamma e il mio cane, si chiama Tyson, è la mia vita. Qui all’inizio è stato difficile, quando è morta mia zia non sono potuta andare al funerale. Poi ti abitui e ce la fai anche negli orari in cui devi stare chiusa. Puoi passarli lavando. Io pulisco, sistemo la cella, lavo le piastrelle, le cose che ci sono in bagno. Settimana prossima ho il colloquio con la comunità ed esco, si ricomincia. Poi vorrei fare la parrucchiera o l’estetista. Quando ero in comunità in Calabria dovevo partecipare al Nazionale di boxe, mi sono pentita di essere scappata, ma qui ho chiesto di ricominciare e siamo in tante adesso, io sono fatta per quello, quando tiro mi sento libera”.

“Il momento più difficile è stato quando mi hanno condannato in Cassazione. Perché se ti fai tutti e tre i gradi di processo, magari quello che hai commesso non è proprio la stessa cosa che gridano i giornali. All’inizio qua non avevo le chiamate autorizzate. Ho aspettato più di un mese per sentire la mia famiglia. Poi sono venuti a trovarmi e finalmente gli ho raccontato come sono andati realmente i fatti, perché quando ti arrestano lasci comunque qualcosa in sospeso, non ti puoi mettere a spiegare davanti ai poliziotti che ti prendono e ti portano via. A me interessa che mi credano i miei, non i giudici, che non mi conoscono, non sanno che vita ho fatto, come esprimo le mie emozioni. Il mio modo di evadere da qua è stato diplomarmi in una scuola fuori, se andasse in porto l’affidamento in prova mi piacerebbe iscrivermi a psicologia. Mi sveglio ogni mattina contando i giorni che mancano. Prima in cella giocavamo di più, facevamo attività rumorose, quando una stava male parlavamo tutta la notte. Ma ora, a 20 anni, con ragazze anche di quattro o cinque più piccole di me, non potrei spiegare le mie cose, molte non le potrebbero capire. Ho imboccato la strada sbagliata per tanti motivi: sofferenza, un lutto, c’erano problemi economici, mi sentivo a disagio, anche perché la zona di Torino dove vivevo non è che sia proprio… La prima volta che sono andata in permesso ho avuto un vuoto nel petto quando ho rivisto casa mia. Sono entrata e ho sentito tutto il tempo in cui ci sono vissuta.

Qui, in tre anni sono cambiati tre gruppi di agenti. Loro hanno il potere su di noi e fidarmi della persona sbagliata potrebbe rovinarmi. Ma nel primo gruppo ne ho trovata una che, giuro, è stata come una sorella. Mi ha accompagnato nei primi processi, mi ha fatto capire che mi devo voler bene. Non è che veniva a farmi i complimenti, anzi, quando aveva da dire qualcosa ci andava pesante, ma da lei e solo da lei lo accettavo perché sentivo che teneva a me. Quando se n’è andata, è stata dura”.

“Mentre mi stavo preparando al concorso per la magistratura sono usciti dei concorsi per la giustizia penitenziaria, ne ho fatto uno per allenarmi, ma poi ho vinto, mi è piaciuto e a 30 anni eccomi qui. Nell’ambiente minorile hai la sensazione di poterci ancora lavorare, coi ragazzi. Sono a Pontremoli da 9 mesi e non è semplice gestire più di 30 sottoposti, tracciare una linea, sono capo scout e anche se a volte mi sembra di stare coi miei ragazzi, è molto diverso. Quando torno a casa ci sono giorni in cui continuo a chiedermi se ho preso le decisioni giuste. Vengo ogni mattina da La Spezia, dove mi sono trasferita apposta perché la mia città è Avellino. Magari un giorno mi potrò avvicinare, nel frattempo è il mio ragazzo ad aver chiesto il trasferimento in su, a Firenze. Guardo queste ragazze e penso che sono state molto sfortunate, parlo con loro singolarmente e sembrano incapaci di fare quello che hanno fatto, penso al potere manipolatorio del gruppo. Ho imparato la pazienza di non insistere se mi si dice “lasciami stare”. I più difficili sono i momenti in cui una di loro è pronta ad uscire ma poi arriva un altro cumulo di vecchi reati e non può più. I pianti. Poi riprende ad aspettare, e quella è la sua pazienza”.