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di Cristina Antonutti

Il Gazzettino, 13 agosto 2026

La calura esalta l’odore che impregna le celle del vecchio castello di Pordenone. Tutto è appiccicoso, l’aria diventa asfissiante e a poco giovano i modesti giri di corrente creati aprendo le finestre. La struttura è attrezzata per 39 detenuti, con una tolleranza di 44 presenze. Ieri ce n’erano 58, volti madidi di sudore, spossati dal grande caldo. Oltre all’ondata di calore, i dodici arresti degli ultimi giorni hanno creato una situazione di grave disagio in una struttura priva di impianti di raffrescamento e frigoriferi nelle celle. Nella cella numero 5, al pianoterra, la sezione di “prima accoglienza”, hanno dovuto mettere un materasso a terra.

“Uno spazio di 4x5 con tre letti a castello - spiega Sergio D’Elia, segretario dell’associazione Nessuno tocchi Caino - Non avevano più posto e il settimo arrivato lo hanno messo per terra. Questo è stato il benvenuto”. Nella conferenza stampa, convocata al termine della visita organizzata insieme alla Camera penale di Pordenone per verificare direttamente le condizioni di vita dei detenuti e il lavoro del personale penitenziario, si è parlato di sovraffollamento e di condizioni inaccettabili. “Provate a pensare - esorta D’Elia - come si può stare con due neon sempre accesi perché al piano terra c’è poca luce e perché oltre le sbarre ci sono una griglia a maglie e una “gelosia” in plexiglass, come nel Medioevo, quando le paratie alle finestre dovevano impedire di vedere le donne dall’esterno”.

La delegazione, oltre a D’Elia, era composta anche dalla presidente della Camera penale di Pordenone, Esmeralda Di Risio, da numerosi avvocati del Foro pordenonese, due magistrati del Tribunale di Pordenone, Sarah Soveri che riveste l’incarico di referente della Commissione carcere, e per Nessuno tocchi Caino anche Elisabetta Zamparutti (tesoriera), Raffaele Conte (direttivo) e Stefano Santarossa. “Un caldo terribile, non girava l’aria”, è stato il commento unanime. L’avvocato Di Risio ha posto l’accento sul sovraffollamento e le condizioni invivibili all’interno della struttura, dove soltanto la sensibilità della polizia penitenziaria riesce a rendere certe situazioni più sopportabili.

Dall’inizio dell’anno, ha sottolineato, nelle carceri italiane la lista dei suicidi è salita a 40. Ed è anche per questo che continua la battaglia delle Camere penali per sensibilizzare la cittadinanza. “Il carcere di Pordenone - ha spiegato dopo l’incontro con il direttore e il comandante della penitenziaria - funziona grazie all’umanità del personale. Ma la gente deve sapere come si vive lì dentro, è un problema di tutti, non possiamo pensare di “buttar via la chiave”. Se chi è in carcere non riesce a migliorarsi, non possiamo pensare che quando esce sia meglio di prima”.

Al termine della visita avvocati e rappresentanti di Nessuno tocchi Caino hanno parlato di condizioni “indegne”, dove è impossibile sopportare la detenzione. “La cittadinanza - è stato ribadito - deve capire che c’è bisogno di intervenire”. Dopo la vista a Pordenone, il tour di agosto nelle case circondariale proseguirà a Tolmezzo e a Udine. “Durante le nostre visite incontriamo uno Stato che è latitante - ha rimarcato Elisabetta Zamparutti - È mancante nel rispetto delle sue stesse regole e leggi, un vuoto che cerchiamo di colmare con la nostra presenza. La situazione riscontrata a Pordenone è di sovraffollamento grave che si riflette in una condizione nazionale. Abbiamo una carenza endemica di polizia penitenziaria, educatori e personale amministrativo. Il carcere è in una situazione tale che, noi crediamo, sia lo stesso Stato a non crederci più, altrimenti non lo lascerebbe degenerare e degradare in questa maniera, inaccettabile per i detenuti e per tutto il personale costretto a lavorare in queste condizioni inumane”.

Secondo Zamparutti, la soluzione non è con la realizzazione di nuovi carceri. Il problema del sovraffollamento non viene affrontato: “Non resta - ha riconosciuto - che la via dei ricorsi alle sedi internazionali, a parte dalla Corte europea per i diritti dell’uomo, che come nel 2013 condannò l’Italia con la sentenza Torreggiani e visto che stiamo raggiungendo di nuovo quegli stessi numeri di sovraffollamento, sarà di nuovo la Corte europea a dire allo Stato italiano cosa deve fare”.