Il Gazzettino, 15 marzo 2020
"Cosa si pensa, in genere per la sollevazione e la violenta protesta di alcuni detenuti in alcune carceri d'Italia? Lo sgomento ci assale al vedere quanto la cronaca ci fornisce: violenza e distruzione. Così sono visti e poi memorizzati i carcerati. Chi non possiede informazioni altre e non ha occasione di vedere da vicino e praticare carceri, carcerati e agenti di Polizia penitenziaria non sa e non riesce neppure ad immaginare come si possa vivere dentro".
A parlare don Piergiorgio Rigolo, il cappellano del carcere di Pordenone. C'è subito da dire che al Castello non c'è stata una protesta violenta, ma il sacerdote spiega le ragioni dei carcerati. "Nell'attuale coincidenza di notizie allarmanti su un virus che fa paura a molti trovarsi rinchiusi in celle sovraffollate, sentire l'indicazione di dover rispettare almeno un metro di distanza gli uni dagli altri; sentire che il virus aggredisce e ammala più facilmente persona anziane e indebolite da un passato di tossicodipendenza e alcolismo; vedersi improvvisamente privati da abituali e sobri incontri con famigliari e volontari; sentirsi soli e in pericolo, può davvero far perdere il controllo di sé e, senza volerla legittimare, adoperare la protesta violenta cercando di attirare l'attenzione degli italiani per soluzioni alternative.
Del resto - spiega don Rigolo - un ambiente disumano non può insegnare ad essere umani. Certo l'obiettivo di recuperare un vivere al di fuori di sistemi di violenza è proprio di agenti, psicologi, medici e volontari soprattutto. Conoscessimo sistemi rieducativi efficaci e in grado di garantire i risultati desiderati, tutti e dovunque si cercherebbe di applicarli.
Quanti conoscono da vicino carcerati, agenti, educatori e psicologi, sanno quanto risulti difficile favorire il cambio di comportamenti e di stili di vita. Credo che incontrare mogli e figli per un detenuto può diventare una scuola di responsabilità ed un serio impegno per cambiare vita e reimparare ad amare figli e moglie e parenti, e ricomporre tessuti sfilacciati nei rapporti quotidiani. Cosa potrebbe favorire una detenzione efficace? - una frequentazione con i famigliari; - incoraggiare incontri e colloqui con i volontari; - l'applicazione della Legge Gozzini che prevede possibili alternative alla detenzione in carcere: la detenzione domiciliare per gli ultimi due anni della pena, affidamento in prova ai Servizi Sociali, obbligo di firma, programmi di semilibertà (lavoro esterno di giorno e ritorno in cella per la notte) - poter telefonare frequentemente ai famigliari, particolarmente ai figli".










