di Giulia Tavani
Corriere della Sera, 6 aprile 2025
Non solo piccole lezioni di anatomia, servono incontri per prevenire e combattere fenomeni di odio, emarginazione e violenza di genere. Per il 70% delle famiglie la frequenza dovrebbe essere obbligatoria, quasi la metà degli italiani sostiene l’importanza di cominciaregià dalle primarie. I dati nello studio di Coop con Nomisma. Introdurre l’educazione sessuale e alle relazioni a scuola è un dibattito che in Italia tiene banco da almeno cinquant’anni. Nonostante sia l’Oms a indicare la fascia d’età tra i 3 e i 5 anni come quella adeguata per iniziare a parlarne, nessuna delle sedici proposte di legge avanzate è mai riuscita a passare.
Eppure, analizzando la reale posizione degli italiani sul tema, emerge una sentita necessità di adeguarsi alla maggior parte dei Paesi europei, che ha reso l’educazione sessuale e alle relazioni una disciplina obbligatoria. Sono quasi otto su dieci i genitori che ritengono fondamentale che gli istituti promuovano programmi di questo tipo, premendo perché vengano affidati a figure specializzate. “L’autonomia scolastica prevede che ogni istituto possa scegliere di dedicarsi a queste questioni con attività spot” precisa Enrico Galiano, scrittore, insegnante e comunicatore sociale, “ma di solito si traduce con la presenza di psicologi per sei o dieci ore in un intero anno scolastico. Gli studenti nemmeno se ne accorgono”.
A riportare questi dati è stata Coop attraverso l’indagine “La scuola degli affetti”, realizzata in collaborazione con Nomisma, per la nuova campagna “Dire, fare, amare”, a sua volta parte della campagna ombrello “Close the Gap”, arrivata alla quinta edizione, per combattere la disparità e ridurre le differenze di genere. Dati che Coop, a partire da aprile, tradurrà in azioni concrete attraverso la vendita di un’edizione speciale di fazzoletti il cui packaging è stato ridisegnato con le informazioni relative alla campagna. Lo scopo è informare e avviare un percorso di sensibilizzazione più diffuso.
In Italia, solo quattro persone su dieci si ritengono pienamente soddisfatte dell’educazione che hanno ricevuto, riconoscendo l’importanza che quelle nozioni potevano avere una volta cresciuti. Per esempio, coloro che hanno dichiarato di essere “poco” o “per niente” soddisfatti del dialogo instaurato con il partner, sono gli stessi che si sono detti insoddisfatti dell’educazione avuta sulle modalità di relazione con il compagno/a. Questo perché l’educazione proposta non riguarda solo la sfera anatomica, ma serve per combattere fenomeni di odio, emarginazione, e violenza di genere. Lo stesso sentimento di insoddisfazione per la propria educazione e, di conseguenza, per il dialogo instaurato con i figli, lo vive il 23% dei genitori.
E se dalla scuola non c’è modo di ricevere insegnamento, ecco che il ruolo più importante nell’educazione lo ha la madre. Al secondo posto c’è il partner, al terzo gli amici, e solo al quarto il padre. E laddove si riesce a parlarne, il tema più comune è quello dei rapporti interpersonali come il rispetto o la parità di genere. Tutto ciò che riguarda la sessualità (dall’anatomia del corpo ai metodi contraccettivi) viene toccato “spesso” solo dal 19% dei genitori, “qualche volta” dal 46%, “raramente” dal 22% e “mai” dal 13%. Il timore è di mettere ansia ai propri figli. Da qui l’esigenza di personale qualificato nelle scuole.
Secondo Elisabetta Camussi, docente di Psicologia Sociale presso l’Università Milano Bicocca e Presidente della Fondazione Ossicini, questa esigenza di un personale qualificato evidenzia “la richiesta di un accompagnamento nel corso del tempo, che allontana anche le teorie che certi gesti siano frutto di raptus o episodi singoli”.
Quasi la totalità del campione è convinto dell’importanza della formazione alle relazioni. L’88% chiede anche che a trattare temi relativi alle relazioni con il partner siano esperti dei centri antiviolenza.
“L’obiezione che di solito viene fatta è che l’educazione si deve fare a casa” sottolinea Galiano, “ma mi chiedo, sia se i genitori siano davvero competenti in questo, sia, a quel punto, che fine farebbe il ruolo di livellatore sociale della scuola”.
Quindi la questione è di rendere l’educazione sessuale una disciplina. I temi in questo caso sono molteplici. Il primo riguarda l’obbligatorietà. Per sette italiani su dieci le lezioni di educazione alle relazioni dovrebbero prevedere l’obbligo di frequentazione, per il 21% dovrebbe essere facoltativa. Il secondo tema riguarda il grado scolastico. Quasi la metà degli italiani (il 40% delle donne e il 49% degli uomini) sostiene l’importanza di introdurla dalle scuole primarie, ma c’è anche un 33% delle donne (contro il 15% degli uomini) che sostiene di doverne parlare già dall’infanzia.
“Questa ricerca” conclude Linda Laura Sabbadini, ex dirigente del Dipartimento per le Statistiche Sociali dell’Istat e oggi editorialista, che con Camussi e Galiano forma il Comitato Scientifico che ha guidato i lavori “ci dice anche che la polemica che ne consegue è più ideologica che espressione di un’opposizione ampia nel Paese”. Sono solo tre su dieci, infatti, le persone che credono possa esserci il rischio di una sessualizzazione precoce dei bambini. Mentre per il 49% la paura maggiore è che il tema possa essere trattato con superficialità. L’importante, in ogni caso, per nove italiani su dieci, è parlarne.











