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di Giacomo Puletti

Il Dubbio, 12 marzo 2022

Alfredo Bazoli, relatore dem della legge sulla morte medicalmente assistita, approvata alla Camera, spiega che “se non concludiamo l’iter in quest’ultimo scorcio di legislatura rischiamo di lasciare molte persone nell’incertezza”, definisce l’obiezione di coscienza “ragionevole” e chiosa: “Oggi la liceità dell’aiuto al suicidio è lasciata al singolo giudice che decide caso per caso: questo è inaccettabile per chiunque”.

Onorevole Bazoli, quali sono le sue impressioni dopo l’approvazione alla Camera della legge sulla “morte medicalmente assistita” di cui lei è co- relatore?

Siamo soddisfatti di essere riusciti ad arrivare in fondo. È stato un lunghissimo percorso, sia nella fase istruttoria che in quella di confronto in commissione. Certo il tema è estremamente delicato e divisivo, ci sono approcci e sensibilità molto diverse, anche all’interno dei singoli partiti, e per questo era molto complicato trovare una sintesi. Ma abbiamo fatto un grande lavoro di ascolto e mediazione e siamo riusciti a trovare il punto d’equilibrio più avanzato possibile, consegnando al Senato un lavoro accurato ed equilibrato.

Crede che palazzo Madama riuscirà a terminare il lavoro senza intoppi?

La speranza è che si riesca a concludere, perché se non ce la facciamo in quest’ultimo scorcio di legislatura rischiamo di lasciare ancora per qualche anno nell’incertezza persone che in base alla sentenza della Corte costituzionale già oggi potrebbero accedere al suicidio assistito. Tutto questo va a garanzia delle persone più fragili e deboli, che devono essere assistite con una procedura rigorosa che accerti le condizioni per l’aiuto al suicidio.

Non c’è il rischio che finisca come nel caso del ddl Zan, cioè con l’affossamento in Senato di una legge già approvata alla Camera?

Sono leggermente più ottimista rispetto al ddl Zan, perché nessuno ha davvero interesse ad affossare questa legge. Sia i più favorevoli che i più critici si rendono conto che questo testo è necessari, perché come detto l’aiuto al suicidio è già lecito a certe condizioni. Quindi ci vuole una legge che attesti una procedura rigorosa e che garantisca i diritti di tutti. Partendo da queste premesse, penso che anche il Senato possa affrontare il passaggio della legge con i tempi idonei a consentire l’approvazione. Poi se ci sarà bisogno di ritoccare qualche cosa si vedrà.

A proposito di ritocchi, Marco Cappato ha spiegato che il Senato dovrà migliorarla soprattutto perché così come è ora il testo non garantisce, ad esempio, i malati di cancro. Cosa risponde?

Il tema dei malati di cancro riguarda la presenza di un requisito inserito nella legge, che è quello dei mezzi di sostegno vitale. Mi spiego: una delle condizioni per ricorrere al suicidio assistito è che la persona deve essere tenuta in vita da strumenti di sostegno vitale. Il punto è che questo requisito è uno di quelli indicati dalla Corte. Siccome la nostra idea è sempre stata quella di seguire il percorso tracciato dalla Corte, siamo rimasti dentro quel perimetro. Se lo mettiamo in discussione, allora rischiamo di fare un passo indietro, anziché uno avanti.

Quindi non c’è possibilità di miglioramenti che vadano oltre le indicazioni della Consulta?

Dobbiamo partire dalle condizioni che ha stabilito la Corte, e su quelle fare le verifiche puntuali. Se vogliamo avere una chance di tagliare il traguardo dobbiamo stare in quei confini, altrimenti potrebbe essere rimesso in discussione l’intero impianto e questa eventualità va evitata.

Nel testo è stata inserita l’obiezione di coscienza. C’è il rischio che questo sminuisca i futuri effetti della legge?

Quello sull’obiezione di coscienza era un emendamento proveniente da quasi tutti i gruppi parlamentari, tranne forse il Pd. Certamente arrivava dai Cinque Stelle e dai gruppi di centrodestra. C’era dunque una richiesta quasi unanime di inserirlo e ovviamente l’abbiamo fatto. E penso sia stata una scelta ragionevole. Poi so che qualcuno pensa che con l’obiezione si rischia di vanificare la portata della legge, ma io sono convinto che non sia così. A differenza dell’aborto, sono sicuro che i casi di aiuto al suicidio saranno molto meno rilevanti quindi non credo ci saranno problemi di mancata erogazione del servizio.

Un altro degli emendamenti approvati è quello di Riccardo Magi, il quale stabilisce che per appurare la presenza dei requisiti di accesso al suicidio assistito non saranno necessari due certificati - del medico di base e dello specialista, come stabiliva la formulazione originaria - ma ne basterà uno solo. Cosa cambierà?

Gli emendamenti che abbiamo colto in Aula hanno puntualizzato alcuni aspetti della legge in maniera corretta. Non hanno stravolto l’impianto della stessa e di questo siamo soddisfatti. Questo vale anche per l’emendamento Magi. Prima serviva sia il parere del medico curante che dello specialista. Con questo emendamento basterà un solo parere. È una semplificazione del tutto ragionevole che non comporta alcuna perdita di garanzia nel rigore della procedura di verifica.

Non pensa che questa legge arrivi comunque troppo tardi, visto che ormai da tempo la Corte chiede al Parlamento di legiferare?

La Corte ci ha invitato a intervenire da tre anni, cioè da molto tempo. Di conseguenza ora il Parlamento non può sottrarsi a questa responsabilità e alla Camera abbiamo fatto la nostra parte. È stato un bel segnale, perché il Parlamento dimostra di essere in grado di esercitare il proprio ruolo. I temi della bioetica sono i più difficili con i quali può cimentarsi la politica e le difficoltà non sono solo nostre ma di tutti i Parlamenti. Ora dobbiamo concludere questo percorso, se possibile in tempi stretti.

A fine legislatura avremo una legge sul suicidio assistito?

Non può essere altrimenti. Oggi la liceità dell’aiuto al suicidio è lasciata al singolo giudice che decide caso per caso. Questo è inaccettabile per chiunque, perché l’incertezza non tutela nessuno. È il momento di fare un passo avanti.