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di Gabriele Segre

La Stampa, 24 gennaio 2025

Sarà il caso di iniziare ad abituarci: la verità non esiste più. O, perlomeno, non per come eravamo abituati a conoscerla. A dissipare gli ultimi dubbi ci ha pensato Donald Trump che, con le prime dichiarazioni e azioni del suo secondo mandato, ha letteralmente riscritto gli ultimi decenni di storia americana e qualche secolo di geografia mondiale. Eppure, leggere le sue parole come pura eversione o, al contrario, come semplice provocazione significherebbe non cogliere l’essenza di un’epoca in cui, ormai, ognuno si appropria del suo pezzo di verità. Intendiamoci: esiste sempre una dimensione oggettiva dei fatti, un dato incontrovertibile che l’informazione ha il compito di perseguire.

Ma sappiamo bene che la realtà è soltanto il punto di partenza di un processo di interpretazione e connessione tra gli eventi ben più ampio. D’altronde, l’intero universo funziona così: la velocità della luce è incontestabile, ma persino un fotone si comporta in modo diverso a seconda di come scegliamo di osservarlo. E se anche la scienza ammette misure relative, figuriamoci le relazioni umane, dove la verità sembra dipendere sempre dal contesto in cui si manifesta.

Non si tratta di un fenomeno nuovo. Basti pensare a come, nel corso dei secoli, le nostre certezze più consolidate su principi come libertà, diritti, giustizia siano cambiate. Così come il giudizio su personaggi e periodi storici dipende dall’umore delle diverse generazioni. Tuttavia, c’è stato un momento in cui, inebriati dal trionfo del nostro modello occidentale, abbiamo creduto di poter raggiungere una verità quantomeno condivisa: un’etica universale che ci avrebbe permesso di conoscere, capire e agire con chiarezza e coerenza. Era il compito che da sempre avevamo affidato a ideologie e religioni, e che ora, vincitori della Guerra Fredda, sembrava spettare a noi. Un’illusione crollata insieme al mito della globalizzazione, quando abbiamo cominciato a renderci conto, spesso in modo traumatico, che chi guarda il mondo da un’altra prospettiva ha anche verità molto diverse dalle nostre. Per molti, i bugiardi siamo noi.

Trump è, certo, l’esempio più eclatante, ma solo perché ha giurato sulla Costituzione di una nazione che non ha mai perdonato neanche la più innocua bugia al proprio presidente. Nel resto del Pianeta assistiamo da anni a questo relativismo sociale: ucraini e russi si accusano a vicenda di essere nazisti; la violenza in Medio Oriente non smette di ricordarci ciò che in quelle terre si sa da sempre: ciascuno ha la propria verità ed è pronto ad uccidere e morire per rivendicarla. Noi, nel mezzo, ci ostiniamo a credere di essere la culla di una cultura universale. Tuttavia, sarebbe forse più utile concentrarci su una questione ancora più essenziale per la nostra sopravvivenza: dietro ogni verità proclamata, qual è l’intenzione che la sostiene?

Guardiamo in faccia la realtà: né l’argomentazione più raffinata né la protesta più accesa saranno da sole sufficienti per convincere utenti social e cittadini frustrati della falsità di molte affermazioni. Piuttosto, è tempo di riflettere con attenzione sui valori e le ragioni che stanno alla base di certe convinzioni. Non tutte le narrazioni sono necessariamente negative, e non è detto che, per quanto radicali e distanti, alcune non possano aprirsi a spazi di incontro, rispetto reciproco e convivenza in un universo così caotico. In fondo, non sarebbe la prima volta che identità e culture molto diverse si accordano per collaborare, convergendo su prospettive di compromesso tra visioni opposte.

Perché ciò avvenga, tuttavia, dobbiamo anzitutto smettere di pensare che ogni versione diversa dalla nostra sia opera di qualche mente diabolica che ha il solo scopo di conquistare il mondo. Il caso di Trump è emblematico: non è stato lui il primo a costruire le narrazioni su vaccini, identità di genere e pericoli dell’immigrazione che oggi trasforma in ordini esecutivi. Sappiamo bene che si tratta di “verità” condivise da molti in tutto il Pianeta e, con esse, piaccia o no, dobbiamo imparare a fare i conti, trovando il modo di comunicare e creare una relazione. Per farlo, serviranno pazienza, cura e grande attenzione: perché, se è vero che la realtà è piena di zone grigie tra buoni e cattivi, la sfida più grande sta nel distinguere le narrazioni basate su convinzioni sincere da quelle con intenti mistificatori, finalizzate a rafforzare il potere di pochi attraverso la manipolazione dei più.

Queste ultime vanno denunciate e rigettate senza compromessi. Tutto il resto deve rientrare nell’area del confronto: una vasta gamma di posizioni che dobbiamo saper osservare e valutare senza pregiudizi, tenendo conto delle origini in cui sono state espresse, delle loro motivazioni e dei cambiamenti inevitabili di un futuro in continua evoluzione. Ognuna di queste ci racconta un pezzo della realtà in cui siamo immersi. Comprenderle significa comprendere il presente e, forse, provare a cambiarlo.