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di Martina Mazzeo

La Stampa, 2 agosto 2023

Agosto, Milano si svuota ma c’è chi in vacanza non va e resta qui, in fila da Pane Quotidiano o ai centri per l’impiego. Adesso, nello “spaccato di povertà assoluta” della ricca metropoli, come lo ha definito l’assessore al Welfare Lamberto Bertolè che si è trovato a gestire l’assalto agli uffici comunali, ci sono anche gli ex percettori del reddito di cittadinanza. E tra questi cresce la rabbia. Come cresce la confusione tra gli addetti ai lavori: un colpo questo stop ad agosto, quando gli operatori vanno in ferie. E ora si teme l’ondata.

Tra chi venerdì scorso ha ricevuto “il maledetto sms” c’è Laura, 56 anni, del Corvetto. Per un anno ha preso 500 euro al mese, dal 2018 si divide tra servizi Caritas, corsi di formazione e centri per l’impiego. Un lavoro non arriva, “figuriamoci ad agosto”. Non ha figli né un marito, è arrabbiata. Il messaggio l’ha gelata, di punto in bianco. “Questo governo è disumano, nemmeno te lo dicono in faccia”. Nella stessa situazione c’è Silvana M., 51 anni, che vive ospite da amici. Appena ha ricevuto la comunicazione è andata dagli assistenti sociali a chiedere che cosa fare. Silvana è affetta da una malattia invalidante ma la pratica è ancora aperta. Se percepirà l’assegno, chissà. Vorrebbe separarsi dal marito, però - racconta - “mezzi non ne ho e come se non bastasse sono stata vittima di stalking. Questi al governo non si rendono conto...”.

Poi c’è Antonio, originario di Portici, che confidava nei navigator. Vent’anni di lavoro come scenografo, poi una patologia che ha colpito proprio le mani, quindi la malattia dei genitori, l’impossibilità di continuare a lavorare, lo sradicamento e il trasferimento a Milano. Antonio racconta di aver lavorato con stipendi da fame. “Nel 2021 ho lavorato per una cooperativa a 5 euro l’ora, facevo turni di notte e non mi pagavano nemmeno gli straordinari, appena l’ho fatto presente mi hanno licenziato. A conti fatti, lavoravo per 3 euro l’ora”. Il reddito era l’unico appiglio, “mi serviva per integrare perché il mio reddito era sotto la soglia di povertà”. Alla fine “questo governo ha tolto tutto a chi sopravviveva con lavori poveri come il mio: anziché trovare soluzioni ha finito per schiacciare la povera gente”.

A Milano, la decima città tra le più colpite dallo stop, sul totale di circa 20 mila ex percettori sono oltre 3 mila le persone che venerdì hanno scorso ricevuto l’sms dell’Inps con la comunicazione della sospensione del sussidio. I numeri di Palazzo Marino dicono che solo 680 risultano “occupabili”. Secondo dati Inps aggiornati al 2023, in Lombardia sono quasi 149.000 i soggetti a cui è stato erogato il reddito di cittadinanza o la pensione di cittadinanza; di questi, 61.153 risiedono nell’area provinciale di Milano.

Oltre ai 680 soggetti occupabili, ci sono quelli che non lo sono, “persone che vivono una condizione di estrema fragilità - ha spiegato Bertolè - con bisogno di sostegno e accompagnamento”. Quello che quindi “ne viene fuori è uno spaccato di povertà assoluta nella nostra città”. Da settimane, spiega, si lavora al ritmo di 163 convocazioni al giorno. Su 3 mila nuclei se ne sono presentati 2 mila. Un lavoro “pazzesco, che abbiamo fatto per evitare che queste persone perdessero l’assegno e anche per evitare che gli assistenti sociali venissero esposti a una situazione di rischio”, vista l’alta tensione sociale esplosa in queste ore. “Il governo - attacca - ha scaricato sui Comuni questo compito”.

Sui Comuni e sul terzo settore: 1.900 circa i pasti distribuiti in viale Toscana da Pane Quotidiano solo ieri; oltre 4 mila ospiti al giorno, con punte di 4.500 il sabato, contando anche la sede di viale Monza. Più stranieri che italiani al momento, secondo il coordinatore dei volontari, Claudio Falavigna, quelli che si mettono in coda dalle primissime ore del mattino, ma “da inizio anno è aumentata anche la presenza di coppie, di single in giovane età e di italiani”. “Percepiamo il disagio che vivono i nostri ospiti - aggiunge -, il sensibile aumento dei prezzi dei beni di prima necessità e la sospensione del reddito di cittadinanza hanno ulteriormente indebolito chi è già vulnerabile”. Una persona senza fissa dimora, ex percettore del reddito, si è rivolta alla Caritas di Milano. Disorientata, chiedeva che cosa fare. Peccato che “Caritas non ha avuto nessuna indicazione su come supportare queste persone”. L’unica cosa da fare al momento, spiegano, è orientarle ai servizi sociali del Comune.

Sono decine, e continuano ad aumentare, le storie come queste. E si teme l’ondata a settembre. Tra gli addetti ai lavori il sentimento che serpeggia è un misto di impreparazione e frustrazione, tra vaghezza di indicazioni e il ruolo di supplenza allo Stato che si sentono chiamati a svolgere. Come il Fondo di comunità Giambellino, attivato da QuBì, la rete territoriale finanziata da Fondazione Cariplo.

Solo in Giambellino-Lorenteggio, un quartiere già “compromesso”, spiega Luca Sansone, referente del progetto, “sono decine le famiglie”, italiane e straniere, prese in contro piede dallo stop al sussidio. Dove lo Stato è assente “proveremo a tamponare, probabilmente attiveremo dei buoni spesa e recupereremo beni alimentari, ma è solo un tampone.

È una situazione che aumenta il conflitto sociale”. Cinquanta circa le persone che si sono già rivolte all’Inas della provincia di Milano, che terrà aperto per tutto il mese. Perlopiù nuclei con molti figli, di origine non italiana, spiega il responsabile Paolo Crimeni. Telefono alla mano, dice, “vogliono capire che fine faranno”.