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di Veronica De Romanis

La Stampa, 1 agosto 2023

In questi giorni, l’Inps ha inviato ai percettori del Reddito di cittadinanza considerati occupabili il messaggio di sospensione della misura. Una mossa brutale, ma attesa. Fa parte del percorso di revisione avviata dal governo. La misura, come è noto, non ha portato i risultati attesi: oltre la metà delle famiglie in povertà assoluta non riceve l’assegno e solo una piccolissima percentuale ha trovato lavoro. Queste criticità erano state evidenziate già dall’esecutivo Draghi. L’allora ministro del Lavoro, Andrea Orlando, aveva istituito una commissione (presieduta dalla professoressa Chiara Saraceno) con l’obiettivo di analizzare eventuali modifiche. Il gruppo di studio elaborò un piano d’azione che conteneva diverse proposte. Alcune sacrosante. Solo una piccolissima parte fu, tuttavia, recepita. “I pentastellati avevano la maggioranza relativa. Non le avrebbero votate”. Questa la spiegazione.

Eppure, in altre occasioni, il precedente governo aveva mostrato maggiore decisione. Basti pensare che è stato quello che ha posto il numero di questioni di fiducia in media ogni mese più elevato. Ma, tant’è. Torniamo al Reddito. Quando fu introdotto, nel settembre del 2018, Luigi di Maio, in veste di Ministro del Welfare, si affacciò dal balcone di Palazzo Chigi esultante. La Nota di Aggiornamento del Documento di Economia e Finanza (NaDef) che includeva un disavanzo al 2,4 per cento del Pil (ve lo ricordate? Poi fu tagliato al 2,04 per cento) era appena stata approvata. “Abbiamo abolito la povertà” gridava Di Maio. I deputati eletto con il Movimento radunati in piazza rispondevano “siamo felici, lo dovete essere anche voi” ai giornalisti increduli di fronte a tanta gioia. La Legge di bilancio non era ancora stata ultimata. E neanche mandata a Bruxelles per i consueti rilievi. L’importante, però, era trasmettere una sensazione nuova: quella della felicità per l’avvenuta scomparsa dei cittadini poveri.

La misura si rivela, sin da subito, problematica a causa del suo duplice scopo: la lotta alla povertà e quella alla disoccupazione, condizioni che non necessariamente si sovrappongono. Unire obiettivi distinti è stata, tuttavia, una scelta ponderata. Ha permesso di risolvere il problema delle coperture. Se si vuole combattere la povertà, le coperture devono essere di natura ridistribuiva. Ovvero le risorse si prendono da chi le ha e si danno a chi non le ha. Questo tipo di intervento è, però, inviso ai 5 Stelle. Di Maio si è sempre dichiarato contrario ad una eventuale patrimoniale. Ma, allora, dove trovare i soldi? La parola magica è “autofinanziamento”. Le risorse possono essere prese a prestito (leggi maggiore debito). Non devono essere reperite nell’immediato perché verranno generate in futuro. In che modo ? Semplice. Con la crescita derivante dalla creazione di lavoro. Non a caso la misura è stata chiamata “Reddito”. Agli occhi dei pentastellati, il meccanismo è lineare. Lo Stato si indebita. Eroga il sussidio. Il lavoro aumenta: questo passaggio è fondamentale per la sostenibilità finanziaria dell’intero schema. Di conseguenza, salgono le entrate e il debito si ripaga. In sintesi, questa è la storia del cosiddetto moltiplicatore della spesa pubblica maggiore di uno che presuppone un guadagno finale maggiore del costo iniziale. L’evidenza empirica dimostra, però, che simili moltiplicatori non esistono, se non in casi molti particolare e in fasi di forte rallentamento economico. A conti fatti, i sussidi non si autofinanziano, purtroppo. Servono coperture strutturali. Quindi, tagli di spesa o incrementi di tasse.

In conclusione, la revisione del Reddito di cittadinanza richiede un’operazione di verità. Da compiere attraverso alcuni passaggi. In primo luogo, il reperimento di risorse certe all’interno del Bilancio dello Stato. In secondo luogo, la separazione degli obiettivi: la lotta alla povertà non può essere combattuta con lo stesso strumento di quella alla disoccupazione. In terzo luogo, l’efficientamento da un lato di servizi sociali, dall’altro di Centri per l’impiego. L’invio di un sms non è, certamente, la strategia migliore. È vero che da qualche parte l’attuale governo deve iniziare, visto che i precedenti non lo hanno fatto. Ma non ci può fermare qui.