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di Luigi Manconi e Marica Fantauzzi

Il Manifesto, 17 agosto 2025

Qualche giorno fa, a Roma, una casa-famiglia che ospita madri con bambini sopravvissuti a violenza domestica ha rischiato di essere coinvolta in un incendio scoppiato a poca distanza. Le fiamme si sono estese lungo l’argine del Tevere, lambendo la casa che confina con l’area boschiva da cui è scaturito il fuoco. Sul posto c’erano le mamme con i bambini, le operatrici, i volontari e una ventina di persone, tra cui dei ragazzini, provenienti dal campo rom vicino alla struttura. Il loro insediamento non era stato sfiorato dal fuoco ma, non appena intuita la direzione del vento e del fumo, quelle persone si sono precipitate a dare una mano. Sono rimaste lì, come cordone di sicurezza inamovibile, in attesa che arrivassero i pompieri. Le mamme e i bambini oggi sono al sicuro, hanno passato due notti in albergo per il troppo fumo nell’aria e sono poi rientrate nella struttura.

Questa storia, per così dire, a lieto fine è avvenuta nelle stesse ore in cui in un’altra città si consumava una tragedia, di cui in questi giorni abbiamo conosciuto i dettagli. Una macchina a tutta velocità ha travolto Cecilia De Astis, 71 anni, causandone la morte. A guidare l’auto dei minori, il più piccolo di appena undici anni. I bambini, nati in Italia da famiglie di origine bosniaca, vivevano in un campo all’interno di un terreno privato, nella periferia di Milano. Nelle ore successive all’incidente, tra i primi a prendere la parola è stato Matteo Salvini, allargando, come da copione, la responsabilità per un fatto circoscritto ed evidentemente eccezionale a un’intera comunità. Non sorprende: parte della decretazione d’urgenza del nostro paese ha riguardato emergenze inesistenti, spesso in relazione a gruppi di popolazione percepiti ciclicamente come estranei, stranieri e quindi pericolosi.

Tra questi, le comunità romanés hanno subito sin dagli albori della loro presenza in Italia (tra il 1400 e il 1500) e per tutti i successivi secoli forme specifiche di criminalizzazione. L’antropologo Leonardo Piasere, a proposito delle prime presenze dei rom in Europa, ha scritto: “Più il potere diventa sanguinario verso la disobbedienza dei rom, più essi diventano disubbidienti, e più il potere diventa impotente quando non raggiunge fino in fondo il suo scopo. I rom reagiscono come una sorta di ‘lotta di resistenza’. Una resistenza anomala rispetto agli altri popoli senza storia”. Essi, continua Piasere, pur con costi umani grandissimi, hanno continuato a vivere in Europa occidentale, finendo per mettere in discussione i principi stessi su cui si erano andati formando gli Stati-nazionali. (I Rom d’Europa, Laterza, 2004). Nel 2008 fu l’allora Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi, a decretare “l’emergenza nomadi” a livello nazionale, imponendo misure straordinarie che furono poi annullate, poiché considerate ingiustificate, dal Consiglio di Stato tre anni dopo. Tra queste, ricordiamo quelle che imponevano la schedatura di tutti gli abitanti dei campi, compresi i minori, tramite la raccolta delle impronte digitali. Non troppo diversamente da quanto avveniva in Francia tra il 1912 e il 1969, in cui vigeva la legge che obbligava i rom a munirsi di “libretto antropometrico”, con una serie di limiti alla libertà personale.

L’allora prefetto di Roma, Carlo Mosca, si sottrasse, finendo per essere destituito dal suo incarico. Oggi come all’epoca l’arroganza del potere politico nell’individuare il nemico da stigmatizzare non prevede deroghe, neanche nei confronti dei più piccoli. La voluttà di punire può diventare accecante: nessuno è più veramente uomo se detenuto, nessuno è più veramente bambino se compie un reato. La spersonalizzazione si spinge fino a negare la corporeità dell’uomo e la vulnerabilità del bambino. Ecco allora ritornare l’eco di una vecchia proposta, pretestuosa quanto inutile, che vorrebbe abbassare l’età imputabile per consegnare all’opinione pubblica un ologramma di sicurezza. Dai contorni indefiniti e dal contenuto impalpabile, essa è stata prosciugata fino all’osso: di lei resta uno spazio vuoto nel quale issare la propria bandiera, sempre più logora.

Se è vero che, quando si parla di persone appartenenti alla galassia delle comunità rom in Italia l’astio politico e mediatico assume contorni difficilmente replicabili, è anche vero che il nemico per eccellenza non sembra essere la persona rom in sé, ma la persona rom che vive all’interno del campo o in contesti abitativi fragili. Nonostante sia una esigua minoranza quella costretta a vivere in alloggi fatiscenti (rispetto alla totalità di persone rom presenti in Italia), chi vive nei campi suscita panico morale, riprovazione e sospetto. È, come ha scritto Alessandro Simoni, “il Rom visibile” (che ricalca l’immagine stereotipata) a indurre una reazione repressiva. Quasi fosse una scelta personale quella di essere privati delle risorse materiali e immateriali per sopravvivere, il gruppo che si trova ai margini non solo è escluso dal tessuto sociale, ma è anche visto con sospetto perché osa proseguire la sua vita in quelle condizioni. È la povertà, unita a un’identità culturale diversa da quella percepita come italiana, a destare fastidio, e quindi ignorata, se non quando emerge nei suoi epiloghi più tragici. E poiché, per una qualche ragione non ancora abbastanza approfondita, sulla questione rom c’è stata storicamente una qualche convergenza tra governi di destra e di sinistra, è forse il caso di dire che quanto fatto finora è stato oltre che insufficiente profondamente ingiusto e scandaloso. Quando qualche giorno fa quelle venti persone sono corse verso la casa-famiglia per mettere al sicuro le mamme con i bambini, sapevano di vivere all’interno di una comunità territoriale. E la costruzione di comunità, nelle nostre metropoli, prevede la presenza del conflitto ma anche di forme di convivenza prodotte da politiche sociali adeguate che diano spazio a modalità di riparazione e di mutuo-aiuto. Solo così, forse, la sicurezza tornerà ad avere un qualche significato.