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di Chiara Saraceno

La Repubblica, 16 giugno 2022

I dati confermano che Nord e Sud del Paese sono sempre più distanti, e le donne con figli in casa sempre più penalizzate. Il 2021 è stato l’anno dell’inizio della ripresa post-pandemica, con la diminuzione dei tassi di disoccupazione e inattività, un rialzo dei consumi e, soprattutto, il mutamento di orizzonte consentito dai fondi per il Pnrr.

I dati sulla sostanziale stabilità della povertà assoluta - per altro già anticipati dall’Istat a maggio in occasione del Rapporto annuale, costringono a rivedere meglio le caratteristiche di quella ripresa. Caratteristiche tanto più problematiche alla luce di quanto è successo negli ultimi mesi, con il drastico aumento dell’inflazione guidato dall’aumento dei costi dell’energia, accentuato, ma non esclusivamente causato dalla guerra russo-ucraina, con effetti non solo sul potere d’acquisto delle famiglie, ma anche sul sistema produttivo e di conseguenza sul mercato del lavoro.

In primo luogo, la ripresa dell’occupazione ha riguardato in larga misura quella a tempo, spesso precaria, in un contesto di salari bassi, spesso molto bassi, aumentando il numero di lavoratori poveri perché con un basso salario neppure sempre garantito su base annuale. Ha, inoltre, riguardato più il Centro-Nord del Mezzogiorno. Ciò spiega come mai l’incidenza della povertà assoluta, che nel 2020 era aumentata più al Nord che al Sud, stante che il numero di lavoratori interessati dalle riduzioni di orario e dalla chiusure era più alto nelle prime che nelle seconde regioni, nel 2021 sia diminuita sensibilmente (oltre un punto percentuale) al Nord, anche se ancora a livelli sensibilmente superiori - 8,2% - a quelli di prima della pandemia, suggerendo indirettamente la fragilità e disomogeneità sociale dell’impatto della pandemia sulla popolazione anche nelle regioni più ricche e dinamiche.

È invece aumentata di un punto percentuale (dall’11,1% al 12,1%) nel Mezzogiorno, riconfermando la strutturalità dei divari regionali. Infine, il gap tra tasso di occupazione delle donne con figli (in casa) rispetto a quelle senza figli, che si era allargato con la pandemia non sembra essersi ridotto. Di conseguenza, la povertà minorile e delle famiglie con figli minorenni, specie se più di due, non solo non è diminuita, ma è persino un po’ aumentata: per i minorenni si è passati dal 13,7% al 14,2%, un aumento che sembra inarrestabile dalla crisi 2008.

Anche in questo caso, si conferma una caratteristica specifica della povertà in Italia: il suo essere un fenomeno eminentemente familiare, che riguarda soprattutto le famiglie con più figli, specie se minorenni, a causa non solo o tanto della assoluta mancanza di lavoratori in famiglia, ma della forte incidenza di famiglie mono-percettore, soprattutto se numerose, se vivono nel Mezzogiorno e se gli adulti sono a bassa qualifica. Insieme ai bassi salari e alla precarietà del lavoro, il ridotto tasso di occupazione delle madri, specie se con forte carico familiare (quindi di lavoro gratuito) a bassa qualifica e se vivono in regioni con scarsi o nulli servizi di cura e di educazione (nidi, scuola a tempo pieno) è una delle cause della povertà e delle sue caratteristiche nel nostro Paese, come Benassi, Morlicchio ed io abbiamo segnalato in un recente volume, La Povertà in Italia (il Mulino).

Invece di analisi fantasiose e basate su dati impressionistici sugli effetti negativi del Reddito di cittadinanza sulla disponibilità a lavorare, un serio dibattito pubblico e la formulazione di proposte di policy dovrebbe partire da questi dati. Fa invece letteralmente cascare le braccia l’ipotesi di ridurre l’altissima aliquota marginale (80%) applicata ai beneficiari del reddito che trovino una occupazione temporanea solo se questa è nel turismo o in agricoltura, a differenza di quanto suggerito dal comitato scientifico per la valutazione del RdC che, ovviamente riguardava tutte le occupazioni. Come se il problema fosse venire incontro agli imprenditori di particolari settori, non di incentivare le persone a lavorare legalmente, in qualsiasi settore offra loro delle opportunità. Ci aspettano mesi difficilissimi, e il rischio di un ulteriore aumento della povertà appare fin troppo realistico. Evitiamo di criminalizzare i poveri e di creare nuove iniquità.