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di Enrico Fiore

Corriere del Mezzogiorno, 21 giugno 2024

Il 22 maggio scorso Roberto Russo pubblicò in questo giornale un bell’articolo sulle centoquaranta detenute del carcere femminile di Pozzuoli trasferite dopo le scosse di terremoto. Un articolo bello non solo per la precisione con cui venivano esposti i dati di cronaca, ma anche e soprattutto per la partecipazione umana. La stessa partecipazione manifestava il 4 giugno Elisabetta Soglio, pubblicando nel “Corriere della Sera” la lettera ad un tempo dolente e indomita della cooperativa “Lazzarelle”, intesa ad affermare la volontà di non far morire il progetto che aveva portato avanti producendo appunto nel carcere di Pozzuoli, con quindici delle detenute regolarmente retribuite, caffè e cioccolateria di qualità.

A me son tornati subito in mente gli incontri - lo dico senza esitazioni, fra i più intensi e significativi della mia vita - che ebbi con alcune di quelle detenute. Naturalmente, c’entra sempre il teatro. Poiché si trattò d’incontri che si verificarono mentre seguivo gli spettacoli (anche questo dico senza esitazioni, fra i più coinvolgenti che abbia mai visto) compresi nel progetto “Il carcere possibile”, curato per la Camera Penale di Napoli, e con rigore d’intenti e passione civile, dal compianto avvocato Riccardo Polidoro.

L’ho già scritto. Il teatro è l’arte sociale per eccellenza. Presuppone che un certo numero di persone si riuniscano in un giorno, in un’ora e in un luogo determinati per partecipare a un autentico rituale collettivo che finge la vita e - proprio per questo può ammaestrare circa la vita reale. Nei casi migliori la finzione e la realtà si fondono (e si confondono) continuamente, non sai più dove finisca il teatro e cominci la vita. E dunque non poteva non sfociare nel teatro “Il carcere possibile”, volto giusto ad aprire alla società la dimensione asfittica dei detenuti. Al centro del progetto, che aveva come scopo la denuncia delle condizioni di vita all’interno degli istituti penitenziari e la rieducazione e il reinserimento dei detenuti, c’era una rassegna teatrale, la sola del genere in Italia, che vide recitare reclusi e recluse dei carceri di Secondigliano, Lauro, Nisida, Poggioreale, Pozzuoli e Benevento in spettacoli quali - ne cito solo alcuni, tanto per accennare all’alta qualità della manifestazione - “Serra S4” (da “La serra” di Pinter), “Quelli che” (da “Tutti quelli che cadono” di Beckett), “... Tutti i segni delle stelle...” (dall’”Agamennone” di Eschilo) e “Addereto ‘nce sta’ ‘na storia” (da “Filumena Marturano” di Eduardo De Filippo).

S’intende che, per molti ed ovvi motivi, spiccò la rivisitazione di “Filumena Marturano”, operata proprio dalle detenute di Pozzuoli. E già il titolo era degno della massima attenzione: perché quell’”Addereto ‘nce sta’ ‘na storia” chiamava in causa il fatto che, in tutta evidenza, la storia di Filumena Marturano e dei suoi tre figli è la storia di Luisa De Filippo e dei suoi tre figli Eduardo, Titina e Peppino.

Di conseguenza, subito chiesi all’avvocato Polidoro di parlare con quella delle detenute di Pozzuoli che interpretava Filumena. Era un’impresa pressoché impossibile. Le detenute arrivavano dal carcere a bordo di un cellulare e, debitamente scortate dalle agenti di custodia, venivano portate direttamente nei camerini del teatro. Ma riuscimmo a organizzare una deviazione da tale percorso obbligato e a combinare, con l’”attrice” in questione, un incontro clandestino che si svolse, una mezz’ora prima dello spettacolo, nel corridoio del primo ordine di palchi del Mercadante.

Maria Rosaria Misiano aveva una cinquantina d’anni ed occhi duri e franchi. Si presentò accompagnata da un’agente di custodia adeguatamente robusta. E immediatamente dissi a quest’ultima che doveva lasciarmi da solo con Maria Rosaria. “Non è possibile”, rispose lei, “la detenuta è affidata a me e non devo lasciarla nemmeno per un secondo”. Replicai: “Va bene, allora sorvegliatela da lontano. Mettetevi in fondo al corridoio e la guardate da lì”.

Riuscii a convincerla. E appena si allontanò, non persi tempo. Con altrettanta durezza e franchezza, domandai a Maria Rosaria Misiano: “Chi è Filumena Marturano?”. Rispose di botto: “È ‘na femmena”. E quando subito dopo le domandai: “Chi è Domenico Soriano?”, con veemenza non minore rispose: “È ‘nu strunzo”.

Ecco, in quella sera del 2006 una detenuta del carcere femminile di Pozzuoli sintetizzò, con la verità e la brutalità che le aveva insegnato la vita, non solo quanto dei due celeberrimi personaggi Eduardo dice nella didascalia iniziale del proprio testo (ci presenta un Domenico Soriano “pallido e convulso di fronte a Filumena, a quella donna “da niente” che, per tanti anni, è stata trattata da lui come una schiava e che ora lo tiene in pugno, per schiacciarlo come un pulcino”), ma anche ciò che ne discende.

Infatti, così spiegò Maria Rosaria le sue lapidarie definizioni: “Filumena è ‘na femmena pecché tene ‘ncuorpo ‘na cosa sola: ‘o desiderio ‘e se venneca’ ‘e Soriano. E Dummineco è ‘nu strunzo pecché praticamente se l’ha accattata. ‘A situazione sta tutta dint’ ‘o disprezzo ca Filumena sputa ‘nfaccia a Dummineco quanno lle dice: “Me sierve... Tu, me sierve!”“.

Così, in quattro parole, quella semplice detenuta colse quanto la gran parte della critica si ostina ancora oggi ad ignorare: in “Filumena Marturano” c’è assai poco amore e, invece, molto di qualcosa ch’è addirittura peggio dell’odio, il rancore. In breve, volendo fare dei paragoni estremi, navighiamo dalle parti della “Danza macabra” di Strindberg più che da quelle del “Mese mariano” di Salvatore Di Giacomo.

Ma un altro dei miei incontri con le detenute di Pozzuoli merita d’essere ricordato. Ero entrato nel carcere, sempre per vedere uno dei loro spettacoli, con il permesso rilasciatomi dal ministero di Grazia e Giustizia, e al termine, dopo essermi trattenuto per qualche minuto con le “attrici”, attendevo che venissero a prelevarmi gli addetti al disbrigo delle pratiche di uscita. E passò, mentre veniva ricondotta in cella, una delle detenute. Giovanissima, non più di vent’anni. La teneva stretta per un braccio la solita agente di custodia adeguatamente robusta. Arrivata alla mia altezza, la ragazza si bloccò e mi fissò. E l’agente di custodia, intuendo che stava di fronte a un momento importante, le lasciò il braccio. Io non so che cosa ci fosse in quello sguardo, che non ho più dimenticato. Che cosa ci fosse di particolare, voglio dire. Perché so benissimo che c’erano, dentro, un mondo e il mondo.

La ragazza non fece un gesto e non disse una parola. Ma non ce n’era bisogno, e, di più, doveva essere così. Pensai a Carmelo Bene. Una volta, nel cominciare un’intervista con lui, manifestai la mia sorpresa, poiché aveva dichiarato che non avrebbe più rilasciato interviste. E il gran Demiurgo dell’Assenza replicò: “Il fatto è che quelle fra me e te non sono interviste: ognuno parla per conto suo”. Io e Carmelo eravamo due mondi inconciliabili, così come eravamo io e la ragazza detenuta nel carcere di Pozzuoli. E perciò potevamo stabilire fra noi una comunicazione fortissima. “Si può solo dire nulla”, infatti, s’intitola il volume pubblicato dal Saggiatore a vent’anni dalla morte di Bene e che raccoglie tutte le interviste con lui, ben sette delle quali mie.

Ma chiudo rievocando quello che succedeva di solito alla fine degli spettacoli de “Il carcere possibile”. Esplodeva una gioia pura, la calca sotto il palcoscenico di mamme, mogli e sorelle, con i bambini - trofeo d’amore e pegno di libertà - mostrati al di sopra della barriera formata dalle guardie carcerarie. “C’ha visto, c’ha visto, ja’!”. La frase rimbalzava da un punto all’altro della calca. E appaciate dalla constatazione, ora potevano andarsene. Ma per giorni, forse per settimane, ancora se lo saranno raccontato, intorno al tavolo della cucina, lo sguardo di desiderio dei figli, dei mariti e dei fratelli colto al di là dei secondini. E così, almeno per una volta, si realizzava l’eterno sogno del teatro: quello di durare oltre sé stesso, oltre la solitudine della recita.