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di Giorgio Bernardini e Antonella Mollica

Corriere Fiorentino, 29 giugno 2025

Operazione della Procura con 300 uomini delle forze dell’ordine. Tescaroli: “Illegalità diffusa”. Perquisiti 127 detenuti, poliziotti accusati di corruzione: chiudevano un occhio dietro compenso: “Qua i poliziotti sono a libro paga”. Telefoni cellulari di ultima generazione, microtelefoni, smartwatch e persino un router per collegarsi a internet. E poi dosi di cocaina e hashish che viaggiavano nascoste nelle parti intime dei familiari che andavano ai colloqui, all’interno di cibo e indumenti. È bastato un anno di indagini coordinate dalla Procura di Prato, guidata da meno di un anno da Luca Tescaroli, per aprire il vaso di Pandora del carcere.

Il blitz in carcere - Sabato mattina all’alba è scattato un blitz senza precedenti che ha visto l’impiego di più di trecento uomini tra agenti della penitenziaria (compreso il Gom, il gruppo che si occupa dei detenuti sottoposti al 41 bis, il carcere duro), polizia, carabinieri e guardia di finanza. “Nel carcere di Prato, che conta 576 detenuti, più della metà stranieri, c’è un massiccio tasso di illegalità, la difficoltà a garantire la sicurezza dei detenuti, oltre che una grande insufficienza di personale”, le parole del procuratore Tescaroli. Fuori dal carcere forze dell’ordine schierate in assetto antisommossa pronti a intervenire in caso di necessità, mentre nelle celle scattavano le perquisizioni. Nel mirino il reparto alta sicurezza - con i suoi 111 detenuti, quasi tutti dentro per reati di mafia - e media sicurezza. Sono stati 127 i detenuti perquisiti, 27 quelli indagati.

“Le guardie sono a libro paga” - È stato un colloquio captato all’interno del carcere tra un detenuto siciliano ospite dell’alta sicurezza e il figlio a dare il via alle indagini della Procura di Prato un anno fa. “Qua possiamo telefonare tranquillamente, le guardie sono a libro paga - aveva confidato l’uomo - siamo liberi anche tre o quattro ore”. Erano partiti così i controlli per delineare il perimetro di quella libertà di cui sembravano godere detenuti che, per il loro profilo criminale sono un gradino sotto il 41 bis, il carcere duro.

Grazie a un’apparecchiatura che consente di intercettare il traffico telefonico gli inquirenti sono riusciti a fare il censimento dei cellulari clandestini che si trovavano nelle celle, scoprendo così che quasi tutti erano utilizzati in modalità “citofono” per contattare quasi esclusivamente i familiari. Lo scorso 11 gennaio è scattato il primo tempo dell’operazione: sono stati perquisiti 104 detenuti dell’alta sicurezza e sequestrati 10 smartphone.

Lo scorso settembre due agenti non in servizio nel carcere hanno recuperato dei palloni nel carcere. Una volta aperti hanno trovato cinque smartphone e un microtelefono. Altre volte i pacchi venivano lanciati con le fionde e poi recuperati da detenuti o dai lavoranti che hanno maggiore libertà di spostamento all’interno del carcere.

Venivano poi nascosti in doppi fondi creati nelle pentole, nei frigoriferi, nei sanitari del bagno, sotto i wc, nei piedi dei tavoli o nei muri delle celle dove venivano create intercapedini poi murate con la calce (ieri sono stati trovati tutti gli arnesi da lavoro). I pacchi spediti dai familiari non venivano controllati nell’apposito ufficio (e dove è risultato non funzionare il laser scanner). Anche la droga arrivava con lo stesso sistema: dentro le suole delle scarpe, tra i biscotti, dentro il ragù o nella confezione di datteri.

Sotto accusa sono finiti sei agenti della polizia penitenziaria accusati di corruzione. Avrebbero preso soldi dai detenuti per fare passare i telefoni e avrebbero anche fatto finta di non vedere i detenuti sorpresi al telefono. Tra gli indagati c’è anche un’addetta alle pulizie nell’infermeria del carcere sorpresa con due dosi di cocaina nascoste in un pacchetto di sigarette. In casa della donna è stato trovato un piccolo telefono cellulare nuovo e le confezioni di alcune schede sim associate a utenze di cittadini del Bangladesh. Si sta ora indagando per scoprire i contatti che la donna aveva con i detenuti.

L’aggressione al killer delle escort - In parallelo a questa inchiesta, c’è anche quella sull’aggressione a Vasile Frumuzache, reo confesso dei delitti di Ana Maria Andrei e Denisa Maria Adas, detenuto nel carcere di Prato. La guardia giurata rumena di 32 anni fu aggredita da un detenuto, lo scorso 6 giugno, poco dopo il suo ingresso in cella. È la ricostruzione della procura di Prato che indaga con l’accusa di rifiuto di atti d’ufficio e lesioni colpose due vice ispettori e un agente della polizia penitenziaria che erano in servizio tra il 5 e il 6 giugno a La Dogaia. I tre poliziotti - un 40enne di Belvedere Marittimo (Cosenza), un 45enne di Napoli e un 24enne originario di Caserta - saranno interrogati in Procura nei prossimi giorni.

Il carcere senza controllo - Dentro la Dogaia, la parola “controllo” è sempre stata in bilico. L’ultima inchiesta, più che rivelarlo, l’ha confermato: per soldi - molti o pochi, dipende dai punti di vista - tutto entra (telefoni e droga) ed esce (ordini). Del resto le condizioni generali di detenzione che caratterizzano in negativo il Paese paiono trovare a Prato una tra le rappresentazioni più cupe.

L’istituto contava la scorsa notte 576 detenuti, metà dei quali stranieri. Sette sezioni, altrettanti “gironi dell’inferno”. Chi varca il cancello con uno sguardo non solo giudiziario, vede molto altro: una struttura in apnea, schiacciata tra emergenze quotidiane e assenza di una guida stabile. Il carcere non ha infatti un direttore titolare da mesi e i segni di questo vuoto si vedono ovunque.

Suicidi e autolesionismo - I sindacati della polizia penitenziaria denunciano da tempo un organico sotto di quasi un terzo: solo 270 agenti ruotano sui turni, contro i 360 previsti. “È il minimo sindacale - dicono - per garantire ordine, sicurezza, e a tratti neppure quello”. Un allarme che in queste ore suona ancor più sinistro. La tensione è palpabile. L’anno scorso, per effetto di questo caos, si sono registrati oltre 200 casi di autolesionismo, un’aggressione a un magistrato di sorveglianza e 4 suicidi tra i detenuti.

Dopo i numerosi casi di suicidio, a febbraio, la città si è stretta attorno alla questione con un Consiglio comunale straordinario. Hanno partecipato magistrati, medici Asl, volontari e associazioni. Il tentativo era quello di discutere a voce alta ciò che da troppo tempo si sussurra: la Dogaia è al limite. “Mancano medici, psicologi, assistenti sociali. Manca la comunicazione tra l’area sanitaria e quella penitenziaria. Mancano tutte le figure che servono alla risocializzazione. In compenso - dice Margherita Michelini, garante dei detenuti del Comune - ci sono cimici, scarafaggi, scabbia, e il cibo è spesso scadente”.