notiziediprato.it, 26 marzo 2021
La procura ha inviato gli avvisi di conclusione indagine. L'accusa per tutti è resistenza aggravata. La rivolta scoppiò in molti penitenziari d'Italia. Alla Dogaia materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte, zampe dei tavoli usate come spranghe, olio sui pavimenti per impedire l'intervento degli agenti, brandine impilate come muri di difesa.
Sono 42 gli avvisi di conclusione indagine inviati dalla procura ad altrettanti detenuti che il 9 marzo dello scorso anno misero a ferro e fuoco il carcere della Dogaia per protestare contro lo stop, in piena emergenza coronavirus, ai colloqui con i familiari. L'inchiesta è arrivata al traguardo nei giorni scorsi, a un anno esatto dai disordini che scoppiarono in tutta Italia all'interno degli istituti penitenziari. I 42 detenuti - tra loro italiani, marocchini, albanesi e nigeriani - sono accusati di resistenza aggravata. La rivolta prese corpo poche ore dopo l'annuncio dei provvedimenti restrittivi varati per limitare il rischio che il Covid potesse colpire la popolazione carceraria. Da Modena a Foggia, da Bologna a Rieti, da Trapani a Milano, i detenuti devastarono celle e intere sezioni.
Alla Dogaia, la situazione più critica in un quadro generale di violenze, fu nella quarta sezione. Decine i reclusi fuori controllo: zampe dei tavoli usate come spranghe, olio buttato sul pavimento per impedire l'intervento degli agenti, brande impilate l'una sull'altra come muri di difesa, vetri infranti, materassi dati alle fiamme, telecamere di videosorveglianza distrutte per ostacolare la successiva ricostruzione dei fatti utile ad attribuire responsabilità. Alla Dogaia arrivarono polizia, carabinieri e guardia di finanza per aiutare gli agenti della penitenziaria a placare i disordini. L'inchiesta fu aperta poche ore dopo i fatti, arricchita nel tempo con le dichiarazioni dei testimoni.











