di Luca Serranò
La Repubblica, 24 luglio 2025
Ancora ombre sul caso di Costel Scrupcaru, il detenuto romeno di 58 anni trovato senza vita, venerdì scorso, in una cella di isolamento del carcere La Dogaia di Prato. Una morte che la procura considera sospetta, per il ruolo di vertice dell’uomo nelle dinamiche criminali della casa circondariale (era stato tra i protagonisti della rivolta dello scorso 5 luglio), ma anche per l’accertata libertà di movimento dei reclusi di maggior spessore criminale, capaci di far arrivare intimidazioni e pesanti minacce anche nella sezione di isolamento.
Non solo. Se i primi accertamenti non hanno individuato segni di violenza sul corpo, non si esclude che per l’uomo possano essere state fatali le conseguenze di una aggressione che avrebbe subito nei giorni scorsi.
In questo quadro di incertezza, si inserisce poi un giallo riguardo le telecamere puntate sui corridoi della sezione in cui si trovava Scrupcaru: ci sarebbero infatti dei vuoti nelle registrazioni, al punto che una fonte vicina alle indagini parla di “circostanza anomala”. Nei filmati, in particolare, si vedrebbe solo una persona avvicinarsi alla cella, alle 17 dello scorso giovedì e dunque molte ore prima del ritrovamento (la mattina del giorno successivo) del corpo senza vita. Si attende ora la relazione finale dei consulenti incaricati dell’autopsia per le prime certezze. Tra gli obiettivi dei medici, accertare l’eventuale presenza di lesioni interne e cercare tracce di sostanze stupefacenti o anche di farmaci. Sembra invece caduta in modo quasi definitivo la pista del suicidio, visto che nella cella non c’erano farmaci né droga, così come non sono stati rinvenuti lacci o corde e biglietti di addio.
Di certo, Costel Scrupcaru era un volto noto anche tra gli operatori della casa circondariale, dove era recluso da anni per una serie di condanne per diversi reati (compreso un episodio di violenza sessuale). Non era in cura per patologie gravi, secondo i primi accertamenti della polizia giudiziaria, ma la vita dietro le sbarre lo aveva segnato, al punto da lamentarsi più volte delle condizioni di vita nelle celle.
Mentre ancora si continua a cercare indizi e testimonianze per ripercorrere le ultime ore di vita, arriva intanto a chiusura una tranche dell’inchiesta che ha sollevato il “caso Dogaia”, con la scoperta di un giro di sostanze stupefacenti e telefoni cellulari anche di ultima generazione. Un “pervasivo tasso di illegalità”, quello emerso secondo la procura: 33 in tutto gli indagati, tutti detenuti, 41 gli apparecchi - tra cellulari, microcellulari e smartwatch, oltre a due schede telefoniche - introdotti e usati nei reparti di alta e media sicurezza da reclusi italiani, albanesi, macedoni, georgiani e filippini.
Contestati anche due episodi di introduzione di cocaina e hashish, rinvenuti in un caso in contenitori di sugo di carne, nell’altro nella camera di sicurezza. Solo due giorni fa, viene spiegato, sono stati trovati in un pacco di abiti altri 5 grammi di hashish, 40 invece erano stati scoperti in un frigo sabato scorso e il 17 luglio altri 5 in una cella. Sempre secondo gli inquirenti, a portare dentro La Dogaia fumo, cocaina e telefoni sarebbero stati in diversi casi detenuti in permesso, obbligati di fatto dai reclusi di maggior spessore criminale a prestarsi ai traffici per non incorrere in pesanti vendette.
Nei giorni scorsi, la procura diretta da Luca Tescaroli ha infine proceduto anche alla notifica dell’avviso di conclusione indagini per la rivolta avvenuta il 5 luglio scorso nel carcere di Prato. Indagati nove detenuti di nazionalità albanese, marocchina, italiana e polacca, che rischiano ora il processo. Solo pochi giorni prima della rivolta, La Dogaia era finita nella bufera per due sconvolgenti casi di violenza, emersi con la richiesta di rinvio a giudizio di due detenuti italiani e di un brasiliano accusati di due distinte aggressioni ai danni di due detenuti, (un italiano e uno straniero), picchiati e costretti a subire abusi sessuali con minacce di ogni tipo.











