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di Lirio Abbate

La Repubblica, 9 luglio 2025

Nel carcere di Prato lo Stato non c’è. Il cancello che lo annuncia si chiude lasciandosi alle spalle la legalità che pure dovrebbe abitare questo luogo. Consegnando a un silenzio che sa di complicità, di ritiro, di resa. Un luogo dove non è l’istituzione a parlare. Ma le voci che arrivano dalle celle, dove si impartiscono ordini, si pianificano traffici, si coordina il crimine. Si stupra. Dove certamente si governa, ma non in nome della legge. A “La Dogaia”, che ospita oltre 600 detenuti, tra cui più di cento nella sezione “alta sicurezza”, lo Stato si è dissolto. E ciò che resta è un potere parallelo, invisibile solo a chi non vuole vedere. Quello dei detenuti che, con telefoni occultati nei televisori, router nascosti nei muri, micro sim intestate a sconosciuti, gestiscono affari, minacciano, decidono. È il potere di chi corrompe, controlla, comanda.

Il 28 giugno i pm di Prato hanno bucato il muro dell’indifferenza. Ordinando un blitz con 263 agenti tra polizia, carabinieri, finanza e penitenziaria che hanno perquisito ogni reparto e trovato ciò che da tempo si sospettava e che qualcuno fingeva di ignorare. Droghe nascoste nei frigoriferi, telefoni cellulari, celle trasformate in laboratori del crimine. Un sistema in piena regola. Un carcere diventato un’altra cosa. Sicuramente non un luogo di custodia, sicurezza, diritti. Con cinque evasioni in pochi mesi sulle quali si indaga ipotizzando una complicità degli agenti.

Il 5 luglio c’è stata una rivolta. I detenuti si sono barricati. Hanno dato fuoco alle celle, lanciato spranghe, tentato di sfondare i cancelli. È servito l’intervento del personale richiamato d’urgenza da casa per evitare il peggio. Anche se il disastro si era già consumato. Quello quotidiano, sommerso, che prende forma nelle celle dove si decide chi comanda davvero. Nell’ultima settimana di giugno, dieci detenuti dell’alta sicurezza avevano rifiutato di rientrare in cella. Denunciavano la presenza di microspie. Ma la loro non era solo una protesta. Era una dichiarazione di potere. Questo spazio è nostro, dicevano. E in quell’istante il vuoto istituzionale è apparso in tutta la sua evidenza.

E non è solo una questione di controllo e di criminalità. È anche un abisso di degrado. La Procura ha rivelato due episodi definiti “agghiaccianti”: violenze sessuali tra detenuti in cella, in assenza di qualunque intervento. Lo Stato che non c’è, che non vede, che non sente, appunto. Eppure, Prato non è un caso. Non è solo un carcere in difficoltà. È lo specchio di un’Italia penitenziaria che non tiene più. Il presidente della Repubblica Sergio Mattarella ha lanciato un durissimo j’accuse allo stato del sistema carcerario, e quindi all’inerzia della politica, proprio all’inizio dell’estate, quando le difficoltà delle persone in custodia si fanno crudeli. Il capo dello Stato ha scelto un’occasione ufficiale per sferzare il governo sulla necessità di agire in varie direzioni. Incontrando il capo del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, ha lodato il lavoro, duro e professionale, delle forze che operano all’interno degli istituti. Certamente anch’esse vittime secondarie dell’inadeguatezza del sistema. Si tratta di una vera e propria “emergenza nazionale”, ha detto Mattarella mettendo il dito in una piaga che ha radici lontane e che pone l’Italia nei gradini più bassi negli standard europei. Il Garante dei detenuti ha snocciolato i numeri: 62.722 persone recluse per 46.706 posti regolamentari. Sovraffollamento al 134%. In 63 istituti si supera il 150%. Ventisette suicidi fino a maggio, forse 33 secondo Antigone.

Il ministro Carlo Nordio dal suo gabinetto di via Arenula risponde con note asciutte. Tre milioni per il sostegno psicologico. Centotrentadue per il lavoro in carcere. Progetti per i tossicodipendenti e per i detenuti stranieri. Ma nessuna riforma vera. Nessuna azione sul sovraffollamento. Nessuna strategia per riprendersi carceri come Prato. Nessun segnale che indichi un cambiamento di rotta.

Perché a Prato il problema è diverso, e forse peggiore: lo spazio c’è, ma è occupato dal crimine. Non è solo questione di capienza. È una resa istituzionale. Il Dap, dice la procura, è assente. La polizia penitenziaria è sotto organico. I vertici del carcere si susseguono. Non c’è una direzione stabile. Non c’è un comando. Il carcere è abbandonato a sé stesso. O meglio, è abbandonato a loro: ai detenuti che parlano con l’esterno, ai familiari che introducono droga durante i colloqui, agli agenti corrotti che fanno da corrieri. Il carcere, che dovrebbe essere spazio di pena e recupero, diventa terreno di conquista. Alla “Dogaia”, l’esecuzione della pena e la sua funzione si sono rovesciate: non correggono, non contengono, non educano. Semplicemente, diventano il presupposto di un potere alternativo a quello dello Stato. E l’Italia che mostra questo carcere è quella che non vogliamo vedere. E da cui, al contrario, non andrebbe distolto lo sguardo. Perché è in questo vuoto di diritto e di legalità che si misura la distanza tra ciò che lo Stato promette e ciò che riesce a mantenere. “La Dogaia” è oggi l’epitaffio di un fallimento. Il paradigma di ciò che accade e può accadere nelle carceri italiane dimenticate.