di Luca Serranò
La Repubblica, 23 novembre 2025
I verbali dei detenuti che hanno scelto di denunciare lo scandalo della Dogaia, il carcere di Prato dove venerdì notte sono scattate perquisizioni a tappeto. Gli affari nella stanza 147, una delle principali centrali di spaccio del carcere, i traffici di armi, i pestaggi, le richieste (poi non realizzate) di omicidi su commissione. E i frenetici contatti con l’esterno, grazie ai cellulari, con cui venivano organizzate anche truffe agli anziani e manovrati giri di prostituzione. Fino a quando sei detenuti, stanchi del clima di violenza e di omertà, hanno deciso di vuotare il sacco e denunciare. Sono state fondamentali le testimonianze nelle indagini della procura sul carcere della Dogaia di Prato, perquisito cella per cella sabato notte - con un’operazione senza precedenti - da 800 tra poliziotti, carabinieri, finanzieri e agenti della penitenziaria.
Il racconto - “Sono stato un pessimo genitore e mi sono sradicato dal contesto familiare, oggi ho deciso di cambiare completamente registro per dare ai miei figli un esempio positivo, dopo tanti esempi negativi - esordisce un carcerato- Sono anche stufo di assistere a soprusi continui da parte di detenuti, che mi impediscono di lavorare per guadagnare un po’ di soldi da mandare ai miei figli”. Il testimone ha parlato dei traffici nella casa circondariale, del ruolo di alcuni boss e di quello avuto da alcuni uomini della polizia penitenziaria, tra cui un agente che avrebbe recuperato parte di una partita di droga sotto sequestro per affidarla a un carcerato.
La denuncia - Richiamata anche una figura di vertice della penitenziaria- non più in servizio a Prato- “che faceva i favori ai detenuti, non so per quale motivo, e che era contrario alla collaborazione”. Poi, nel dettaglio: “Addirittura faceva la spesa per un detenuto che aveva aggredito un brigadiere, e anche ad altri detenuti ai quali portava cose non consentite come casse e cuffie. So che ha fatto passare almeno tre volte pacchi contenenti stupefacente destinati a un detenuto, nonostante io gli avessi fornito indicazioni precise sul loro contenuto e sulle modalità di occultamento, all’interno di brioches i cui contenitori venivano aperti e richiusi”.
L’ottava sezione - Il racconto prosegue con altri particolari inquietanti riguardo i ras dell’ottava sezione, tra cui un cittadino tunisino e un quarantenne italiano condannato 16 anni fa per omicidio volontario: “Hanno creato dei sottofondi nei muri chiedendo aiuto a degli albanesi. Questi detenuti gestiscono dal carcere la prostituzione di ragazze, con le quali parlavano utilizzando questi telefoni (…) spadroneggiano e intimidiscono gli altri per la loro indole violenta e in parte per il fatto di essere favoriti da alcuni appartenenti alla polizia penitenziaria”. Indicato, su quest’ultimo fronte, il nome di un agente ancora in servizio.
Le violenze - La testimonianza del detenuto è stata poi confermata in larga parte da altri “collaboratori”. Uno di questi ha parlato di due distinti gruppi, e di due “boss” che comandano l’ottava sezione al punto da costringere i detenuti in permesso a portare la droga dentro la struttura. “L’ultima volta che sono rientrato da un permesso, sono venuti dentro la mia cella e mi hanno detto “la seconda volta che esci e non porti un regalo a noi” e mi hanno messo le mani addosso, chiedendomi “come mai non lo fai? Lo fanno tutti”. Un autentico pestaggio: un carcerato, si legge ancora nel decreto di perquisizione, “mi ha acchiappato sopra il letto, mi ha tenuto fermo sovrastandomi con il suo corpo e l’altro mi ha dato cazzotti e il mio orecchio è diventato blu per una ventina di giorni. Volevano che portassi il fumo, perché ci sono alcuni che, forse per paura, lo fanno”.
La stanza 147 - Altre testimonianze sono dedicate poi a quelli della stanza 147, dove sempre secondo le accuse tre detenuti italiani erano riusciti ad allestire un florido traffico di stupefacenti, riuscendo a far girare tra i reclusi anche armi e cellulari. Tutto arriva con i droni o sfruttando i reclusi in permesso. Anche questo gruppo avrebbe usato violenze e minacce per costringere gli altri a prestarsi ai traffici. Non solo. La stanza 147 sarebbe stata la base anche per di truffe ad anziani.
Gli omicidi su commissione - C’è poi un altro versante tenuto in massima considerazione da chi indaga, le richieste di omicidi su commissione che secondo fonti vicine alle indagini sarebbero arrivate ad alcuni detenuti. Nel mirino ci sarebbe stato anche il boss cinese della droga Bobo Jiang, che il 10 luglio scorso evase in modo rocambolesco dalla questura di Prato, sfilandosi le manette durante l’arresto.
I precedenti - Nel decreto, infine, si ricordano le decine di sequestri di cellulari e droga durante l’operazione del giugno scorso e nei controlli successivi, così come i due casi di violenza sessuale avvenuti nella casa circondariale. Quella di un cittadino brasiliano di 32 anni ai danni del compagno di cella, un pakistano di 33 anni, e quella di due carcerati nei confronti di un “tossicodipendente alla prima esperienza carceraria”.










