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di Giovanni Mosca*

La Nazione, 15 agosto 2026

Tanti problemi e un equilibrio delicato. Sovraffollamento, celle roventi ma anche il superlavoro degli operatori e degli educatori. Non parliamone solo a Ferragosto. Ci sono luoghi che si possono raccontare soltanto dopo averli vissuti. La Dogaia è uno di questi. Da oltre quarant’anni lavoro all’interno del carcere di Prato e, in tutto questo tempo, ho visto cambiare persone, normative, organizzazione, esigenze e problematiche. Ho visto cambiare il carcere e, soprattutto, ho visto quanto sia difficile, ogni giorno, tenere insieme due esigenze che non possono essere contrapposte: garantire i diritti delle persone detenute e, contemporaneamente, far rispettare le regole. È un equilibrio delicatissimo, che troppo spesso viene raccontato soltanto quando qualcosa non funziona. Ma dentro un carcere c’è un lavoro quotidiano, silenzioso, enorme, che merita di essere conosciuto e riconosciuto.

Alla Dogaia lavorano donne e uomini della Polizia Penitenziaria, personale delle Funzioni centrali, educatori, operatori e tante altre professionalità. Ognuno, secondo il proprio ruolo, contribuisce a far funzionare una macchina complessa, spesso in condizioni tutt’altro che semplici. E poi ci sono i volontari, le associazioni, gli insegnanti, gli enti e le realtà del territorio che entrano in carcere e dedicano tempo, energie e competenze alle persone detenute. Il loro contributo è prezioso perché il carcere non può essere un mondo separato dalla società: deve rimanere un luogo nel quale, per quanto possibile, si costruiscono occasioni di responsabilizzazione, formazione e reinserimento.

Oggi la Dogaia vive una situazione particolarmente difficile. I dati ufficiali aggiornati al 27 luglio 2026 parlano di 643 persone detenute a fronte di una capienza regolamentare di 589 posti. Sul fronte della Polizia Penitenziaria, gli effettivi risultano 255 a fronte di 315 unità previste. Anche il personale amministrativo e quello educativo presentano scoperture. Dietro questi numeri, però, ci sono persone. Ci sono agenti che ogni giorno devono garantire sicurezza, vigilanza, ordine e contemporaneamente rapportarsi con situazioni umane spesso difficili. Ci sono colleghi delle Funzioni centrali che devono mandare avanti pratiche, uffici, servizi e attività indispensabili al funzionamento dell’istituto. Ci sono educatori e operatori che cercano, nonostante le difficoltà, di costruire percorsi che possano avere un significato per chi sta scontando una pena. E c’è una Direzione che deve quotidianamente affrontare emergenze, carenze, problemi strutturali e organizzativi. In questo contesto credo sia doveroso riconoscere l’impegno del direttore, dottor Luca Cicerelli, e di tutto il personale della Dogaia.

Il caldo rende tutto più difficile in un istituto sovraffollato e con strutture che hanno bisogno di interventi. Diventa un ulteriore fattore di tensione e rende più complicata la vita di tutti. Proprio per questo va rivolto un grazie sincero alle associazioni, alle istituzioni e alle realtà del territorio che hanno raccolto gli appelli arrivati dalla Dogaia. La Camera Penale di Prato ha promosso una raccolta che ha portato alla donazione di 65 ventilatori destinati alle celle più calde. La Fondazione Cassa di Risparmio di Prato ha successivamente donato otto climatizzatori portatili e 36 ventilatori. Anche l’Ordine degli Avvocati di Prato si è mobilitato. A tutte queste realtà va il nostro grazie. Perché quando un ventilatore arriva in una cella rovente non è soltanto un apparecchio elettrico. È la dimostrazione che, fuori da quelle mura, qualcuno si è accorto che dentro quelle mura ci sono persone.

Il carcere non può essere ricordato soltanto a Ferragosto, quando si parla di sovraffollamento, carenza di personale, condizioni strutturali, caldo, tensioni, sicurezza. Superato il 15 del mese, il rischio è che passi anche l’attenzione. Ma il carcere non va ricordato soltanto quando fa caldo. Le emergenze estive rendono semplicemente più visibili problemi che esistono durante tutto l’anno. La relazione del Garante regionale aveva già evidenziato, per la Dogaia, problemi di sovraffollamento e carenze in diverse figure professionali, dalla Polizia Penitenziaria al personale educativo, amministrativo e sanitario. Non possiamo pensare che siano sempre gli operatori, con il loro sacrificio quotidiano, a colmare ogni vuoto.

C’è poi un equivoco che sarebbe importante superare. Garantire i diritti dei detenuti non significa essere indulgenti con chi ha commesso un reato. Allo stesso modo, far rispettare le regole non significa rinunciare all’umanità. Diritti e regole devono convivere. È questo, in fondo, il senso stesso di un sistema penitenziario moderno. Chi è detenuto deve scontare la propria pena nel rispetto delle leggi, ma lo Stato deve garantire condizioni dignitose e percorsi capaci di favorire il reinserimento sociale. È il principio costituzionale della funzione rieducativa della pena, sancito dall’articolo 27 della Costituzione. E affinché questo possa accadere servono uomini e donne messi nelle condizioni di lavorare bene. Servono agenti sufficienti. Servono educatori. Servono funzionari e personale amministrativo. Servono strutture adeguate. Servono formazione e strumenti. Servono volontari e associazioni. Serve una Direzione sostenuta dall’Amministrazione. E serve soprattutto la consapevolezza che investire nel carcere significa investire nella sicurezza della società. Chiudo con un appello: non aspettiamo il prossimo Ferragosto per ricordarci che il sistema penitenziario ha bisogno di attenzione. La Dogaia e tutte le carceri italiane hanno bisogno di essere viste, ascoltate e sostenute tutto l’anno.

*Funzionario contabile alla Dogaia