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di Agostino Lenzi

La Nazione, 18 febbraio 2026

Fino a sabato è ancora possibile vedere la mostra “Discrepanze” al Palazzo delle Professioni. È stata organizzata Fondazione Caritas, Diocesi di Prato e Ordine degli Architetti. È possibile pensare il carcere in modo diverso da come si è soliti fare? Secondo la Fondazione Solidarietà Caritas Onlus, insieme alla Diocesi di Prato e all’Ordine degli Architetti, ciò è possibile e lo ha dimostrato con il progetto “Discrepanze: luci e ombre del carcere di Prato”, una mostra fotografica esposta fino al 21 febbraio al Palazzo delle Professioni. La mostra è stata organizzata da don Enzo Pacini, direttore della Caritas di Prato e cappellano del carcere La Dogaia, insieme alla sociologa e fotografa Ottavia Patrocchi.

Grazie al supporto da parte del direttore del carcere di Prato, Luca Cicerelli, la fotografa ha avuto accesso libero a tutta la struttura di cui ha immortalato vari ambienti. Infatti, l’obiettivo dell’esposizione è quello di mostrare le discrepanze del carcere attraverso le foto dei vari scenari, permettendo di osservare le luci e le ombre della struttura. Come ha affermato Ottavia Patrocchi “le foto vogliono mostrare questa dicotomia tra i progetti di reinserimento, le risorse umane, le energie spese e dall’altra parte: luoghi che cadono a pezzi, il degrado, infiltrazioni di acqua su interi piani, celle date alle fiamme per le rivolte che non sono ancora utilizzabili per una mancata ristrutturazione”.

La fotografia, dunque, appare non come “uno strumento di giudizio, ma come un mezzo per analizzare i contesti, che ha anche il dovere di riprodurre più o meno fedelmente la realtà”. La mostra ritrae infatti allo stesso tempo ambienti presentabili, come la ludoteca dei bambini che vengono a visitare i genitori, e altri invece completamente degradati come le celle strette e chiuse con le infiltrazioni d’acqua. “La mostra nasce proprio per umanizzare il carcere, o perlomeno per dare uno sguardo il più possibile corretto”, le parole di don Pacini.

Attraverso un percorso costruito con fotografie e commenti dei detenuti, la fotografa ha cercato di ricostruire l’esperienza dello stare in carcere. “Il carcere è un luogo molto lontano da noi e quando entri sembra di essere in un mondo che non ci appartiene: cancelli che sbattono, urla, confusione, ma anche un silenzio assordante, la noia, ore che scorrevano lunghe e pesanti, l’aria viziata”. Un’esperienza di questo tipo, hanno sottolineato Ottavia Patrocchi e don Pacini, richiede sicuramente una mente aperta e una buona informazione, condizioni indispensabili per affrontare questo tema.