sito

storico

Archivio storico

                   5permille

   

di Luca Serranò

La Repubblica, 19 luglio 2025

L’autopsia chiarirà le cause del decesso di un detenuto romeno di 58 anni. Alla Dogaia è l’ennesimo caso nel giro di pochi giorni. Lo scorso 5 luglio aveva guidato la rivolta nel carcere, insieme ad altri dieci detenuti. Ieri, nella cella di isolamento in cui era stato confinato in seguito alla protesta, l’hanno trovato morto nel suo letto. Una morte sospetta, secondo la procura, forse legata proprio al ruolo di vertice nelle dinamiche criminali della casa circondariale. Si indaga per omicidio volontario sul caso di Costel Scripcaru, 58 anni, cittadino romeno che stava scontando condanne per diversi reati (anche violenza sessuale) alla Dogaia di Prato; solo l’ultima tragedia nel carcere della città toscana, teatro dall’inizio dell’anno di una impressionante catena di violenze - compresa l’aggressione con olio bollente contro il killer delle escort Vasile Frumuzache - e dove solo poche settimane fa sono stati sequestrati decine di cellulari e ingenti quantità di stupefacente.

L’uomo è stato soccorso ieri mattina dalla polizia penitenziaria e dal 118. In un primo momento si è pensato a un suicidio, ma sia l’ispezione nella cella (non c’erano lacci corde o farmaci) che l’esame del corpo hanno indirizzato gli inquirenti verso altre ipotesi: il detenuto aveva dimestichezza con le armi (durante la rivolta gli erano stati sequestrati dei coltelli costruiti in modo artigianale) e soprattutto faceva parte di uno dei gruppi più influenti tra i carcerati, motivo per cui non si esclude che fosse tra i bersagli di una banda rivale. Alcune testimonianze raccolte nelle ultime settimane dalla procura, inoltre, hanno confermato la libertà di movimento di alcuni carcerati, specie quelli di maggior spessore criminale, capaci di far arrivare intimidazioni e minacce anche ai reclusi in isolamento.

Per le prime risposte, anche riguardo l’ipotesi ancora aperta di un malore per cause naturali, si attende ora l’autopsia: il procuratore di Prato Luca Tescaroli ha chiesto tra le altre cose di procedere con gli accertamenti tossicologici e di individuare eventuali lesioni interne (il primo esame non ha evidenziato segni di violenza). Decisive potrebbero essere anche le immagini delle telecamere puntate sui corridoi della sezione.

Il detenuto, ha accertato la procura, era finito dietro le sbarre nel lontano 2013 e avrebbe finito di scontare le condanne nel prossimo febbraio. Il suo nome era particolarmente noto tra gli stessi operatori della Dogaia, non solo per la rivolta dello scorso 5 luglio ma anche per altre azioni commesse negli ultimi anni. Non solo. Il giorno prima della tragedia, aveva cercato di dare fuoco ad alcuni oggetti nella sua cella, forse per protestare contro l’isolamento.

Una vicenda, la sua, che arriva proprio nel corso di una stagione di violenze e soprusi tra detenuti, compresi due casi di abusi sessuali affiorati proprio nei giorni scorsi grazie a una indagine della procura. Inevitabile la polemica politica: “Il sistema penitenziario è allo sfascio - attacca la senatrice Avs Ilaria Cucchi - Mentre un uomo viene trovato morto in una cella di isolamento nel carcere di Prato, il sottosegretario Delmastro si dice fiero del carcere duro. Un tempismo tragicamente perfetto. Una vergogna”. E ancora: “Parla di sicurezza nazionale ma ignora i morti dietro le sbarre, i suicidi, le condizioni disumane in cui vivono migliaia di detenuti. Si vanta di scanner e droni contro lo spaccio, ma non spende una parola su come sia possibile morire in isolamento, in una sezione che dovrebbe essere la più sorvegliata di tutte. E il ministro Nordio? - conclude Cucchi - Peggio ancora. Tace, preoccupato solo di “evadere” dalle sue responsabilità per aver scarcerato un torturatore e stupratore di bambini come Almasri”.

Duro anche il deputato Pd Marco Furfaro: “La Dogaia è il simbolo di un sistema penitenziario al collasso. La morte di un detenuto è l’ennesimo fallimento di uno Stato che abbandona i suoi doveri costituzionali. Sovraffollamento, organici ridotti, assistenza sanitaria e psichiatrica assente, in queste condizioni il carcere non rieduca, non restituisce dignità”. Sulla stessa linea l’associazione Antigone, con la coordinatrice nazionale Susanna Marietti che parla di “carceri allo sbando” e di “isolamento usato come strumento ordinario di gestione”. Per poi aggiungere: “È assurdo che un detenuto possa essere ucciso proprio nel regime in cui dovrebbe essere maggiormente controllato”.