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di Andrea Capecchi

reportpistoia.com, 9 giugno 2025

Andare oltre gli stereotipi per vedere il carcere come un mezzo di rieducazione e reinserimento sociale, in cui anche il teatro può essere uno strumento di grande aiuto. Nella suggestiva cornice rinascimentale del chiostro di San Domenico a Prato è andata in scena una conferenza spettacolo con l’attrice Antonella Fattori e la regista e drammaturga Livia Gionfrida, nell’ambito della seconda giornata del festival Seminare Idee. Un incontro tra musica e parole attraverso un reading teatrale che ha dato vita ai racconti e alle esperienze vissute dagli ospiti di carceri maschili e femminili, ponendo l’accento sulle loro emozioni, le loro sensazioni e paure, il complesso rapporto che si instaura con il “luogo” carcere e coloro che lo abitano.

A fare da filo conduttore, la testimonianza di un ex detenuto della casa circondariale La Dogaia di Prato, struttura presso la quale da ormai diciassette anni Livia Gionfrida opera con il suo Teatro Metropopolare, un collettivo che ha eletto questo carcere a residenza artistica ideale e promuove l’attività teatrale come strumento di rieducazione e di riscatto culturale e sociale. Dai brevi racconti che si intrecciano e si sovrappongono durante il reading emerge l’immagine del carcere come luogo di punizione, di condanna e di coercizione, che umilia il detenuto attraverso azioni e pratiche volte a degradare la sua dignità di uomo o di donna.

I detenuti raccontano e denunciano le condizioni talvolta disumane in cui sono costretti a vivere, parlano della facilità con cui purtroppo è possibile suicidarsi tramite impiccagione nelle proprie celle - il tema dei suicidi nelle carceri italiane è un problema di scottante attualità, con numeri in costante aumento - e avvertono sul senso di alienazione che si crea nell’opposizione tra il “dentro”, il mondo delle “quattro mura” del carcere, e un “fuori” che appare sempre più lontano e dai contorni sfumati quanto più passa il tempo.

A tal proposito vale davvero la pena rileggere con attenzione le pagine de “L’università di Rebibbia”, romanzo autobiografico di Goliarda Sapienza del 1983 ma ancora attualissimo per tanti aspetti, e citato più volte nel corso del reading per rievocare l’atmosfera all’interno di un carcere femminile, con la rete di rapporti e di relazioni umane che si stabiliscono tra le detenute, fra gesti di spontanea solidarietà e la dura “lotta per la vita” per accaparrarsi i “posti migliori” e il favore delle secondine.

“In galera le chiavi le hanno gli altri”: questa frase riassume tutto l’arbitrio a cui troppo spesso i detenuti sono sottoposti da parte delle autorità, come nel drammatico episodio di una perquisizione con cani antidroga alla Dogaia, tra caos, oggetti personali sequestrati, detenuti chiusi a forza nelle celle e il suicidio di un ragazzo di diciannove anni a cui erano state strappate di mano le foto dei suoi cari.

Uno scenario crudo, brutale, senza speranza, che tuttavia può e deve cambiare per far tornare il carcere un luogo dove l’isolamento e la limitazione delle libertà personali siano funzionali al recupero e al reinserimento del reo, e non alla perdita della sua dignità umana.

Fattori e Gionfrida ci suggeriscono che nessun detenuto, salvo rari casi, è da ritenere “irrecuperabile”: serve anche in questo ambito un cambio di mentalità riguardo alla funzione e al ruolo sociale del carcere, servono inoltre la volontà politica e investimenti mirati per far sì che questo diventi il luogo della rieducazione e della speranza, con benefici per l’intera comunità nel lungo periodo. E qualcosa può fare anche il teatro, come testimonia la significativa esperienza del Teatro Metropopolare che dà voce ai detenuti, li aiuta a crescere dal punto di vista personale e umano, promuove una loro riabilitazione alla vita sociale. Per essere cittadini di nuovo liberi, per non commettere più reati e, perché no, per diventare attori.