di Francesco Tartoni
La Nazione, 5 aprile 2022
Dalla Casa circondariale l’idea di una raccolta fondi per gli ucraini in fuga. Una lettera aperta per provare a coinvolgere anche altri istituti penitenziari. Casa Circondariale La Dogaia, Prato. È partita da qui una raccolta fondi destinata all’Ucraina.
Iniziativa che ha coinvolto finora una settantina di detenuti ed è riuscita a mettere insieme circa 600 euro. Tutto è nato dall’idea di un detenuto, Roberto Sacco, che ha voluto coinvolgere il cappellano don Enzo Pacini, da poco diventato direttore della Caritas di Prato. E don Enzo non si ètirato indietro. “Roberto è stato uno dei primi a dirmi di voler fare qualcosa per aiutare i profughi ucraini”, dice il cappellano.
I detenuti non hanno accesso diretto ai soldi, ma ognuno ha un proprio conto interno, che viene aperto al loro ingresso in carcere. Tramite questi conti don Enzo ha raccolto le varie donazioni, che vanno dai 5 ai 10 euro a testa e che non sono pochi, considerando che chi ha un lavoro all’interno del carcere riesce a guadagnare poco più di 100 euro al mese. I soldi sono stati poi devoluti alla Caritas, che ora li sta usando per comprare medicinali e materiale da mandare alle associazioni impegnate nell’accoglienza dei profughi, soprattutto quelle che si trovano in Polonia, al confine con l’Ucraina.
L’obiettivo di Roberto è quello di mettere a conoscenza della raccolta il maggior numero possibile di detenuti, sia del carcere di Prato che di altri istituti penitenziari, e per questo ha scritto a La Nazione con la preghiera di diffondere l’iniziativa. Perché il problema non è la generosità, ma riuscire a far arrivare a tutti questa notizia. Sono tanti coloro che vogliono contribuire, nei modi e con le risorse che hanno a disposizione, per aiutare chi, in questo momento, sta probabilmente peggio di loro.
Nelle emergenze passate le raccolte solidali non sono state mai così coinvolgenti. E il Covid è stato un evento ancora più particolare, dato che gli stessi detenuti ne hanno subito le conseguenze, sia dirette che indirette, sulla propria pelle. Non potendo avere rapporti con l’esterno, è stato molto difficile per loro accettare il fatto che non potessero ricevere le visite dei propri familiari. E questo ha influito certamente sulla loro visione dell’emergenza.
Questa guerra invece ha avuto un maggiore impatto, probabilmente per la sua elevata mediatizzazione, ma anche per la sensibilità stessa dei detenuti che, come sottolinea lo stesso cappellano, sono molto vicini alle sofferenze dei bambini, avendo molti di loro dei figli a casa. “Due detenuti stranieri si sono offerti di donare dei vestiti al posto dei soldi, perché di soldi non ne avevano. Di vestiario però ne abbiamo già abbastanza, quindi non abbiamo potuto accogliere la loro offerta”. Ma se è il pensiero quello che conta, questo pensiero allora conta un po’ di più.










