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notiziediprato.it, 30 ottobre 2022

La Dogaia teatro dei fatti denunciati da un italiano a gennaio del 2020. Il giudice delle udienze preliminari ha disposto il rinvio a giudizio. Le accuse: tortura aggravata, violenza sessuale di gruppo e lesioni. L’avvocato che assiste la vittima: “Gravissimo e inaccettabile che tutto ciò sia avvenuto in una struttura carceraria”.

Torturato, picchiato, vessato, violentato dai compagni di cella, due uomini con un curriculum criminale di primo piano. Doveva scontare poco più di un anno di detenzione per un piccolo reato ma i suoi primi giorni dietro le sbarre, nel carcere della Dogaia, si trasformarono in un inferno. La vittima, un pratese che all’epoca dei fatti - gennaio 2020 - aveva 31 anni ed era alla sua prima esperienza di reclusione, trovò il coraggio di sottrarsi ai suoi aguzzini denunciandoli. Per i due, entrambi italiani, uno coetaneo della vittima e l’altro più grande di qualche anno, a gennaio si aprirà il processo: il giudice delle udienze preliminari, Marco Malbera, accogliendo la richiesta del pubblico ministero, Valentina Cosci, li ha rinviato a giudizio con le accuse di tortura aggravata (il reato solitamente viene contestato alle forze dell’ordine ma il fatto che la vittima fosse ‘affidata’ al controllo della polizia penitenziaria e il fatto che non fosse nella disponibilità della propria libertà personale, sono condizioni sufficienti a integrare tale illecito anche nei confronti di chi lo commette senza appartenere ad un corpo di polizia), violenza sessuale di gruppo e lesioni.

Una vicenda dai contorni molto crudi quella che ha coinvolto il detenuto pratese, rinchiuso alla Dogaia all’inizio del 2020 con una previsione di pochi giorni, in attesa di essere sottoposto ad una misura alternativa, fuori dal sistema carcerario. L’uomo, già destinatario di una sistemazione diversa concordata con il tribunale dal suo avvocato, Olivia Nati, fu portato in carcere perché la norma prevede obbligatoriamente questo passaggio. Sistemato in una cella occupata già da altri due detenuti, uno dei quali con più di una condanna definitiva, il giovane fu immediatamente preso di mira: costretto a subire rapporti sessuali di gruppo, preso a bastonate, colpito con le sedie, ferito alla testa con una padella rovente. Sevizie particolarmente brutali quelle messe in atto dai compagni di cella interessati a far sì che la loro vittima non parlasse, non raccontasse, non denunciasse e anzi, continuasse a subire. Pur in uno stato di fragilità, di paura, di sottomissione, il detenuto trovò il coraggio di chiedere aiuto agli agenti della polizia penitenziaria. Lo fece dopo che per una settimana era stato picchiato e violentato almeno 3-4 volte.

I fatti finirono immediatamente al centro di un’inchiesta della procura. L’avvocato Nati si attivò immediatamente affinché venisse dato seguito alla misura alternativa già concordata ancor prima dell’ingresso alla Dogaia. Il giovane fu collocato in una struttura alternativa, mentre i due indagati vennero separati e spostati in altre carceri. Numerose le intercettazioni e i racconti di altri detenuti che hanno consentito all’accusa di mettere insieme gli elementi utili a contestare tutti gli episodi; elementi utili rappresentati anche dall’esito di una perizia che ha evidenziato i danni psicologici patiti dalla vittima, e da una consulenza genetica sul materiale biologico che ha attribuito la ‘paternità’ delle violenze. I racconti rilasciati dal detenuto già nelle primissime fasi dell’indagine preliminare, sono stati poi ribaditi e confermati nel corso dell’incidente probatorio che si è svolto a novembre dello scorso anno. “È gravissimo e inaccettabile che un fatto così sia avvenuto dentro una struttura carceraria”, il commento dell’avvocato Olivia Nati.