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di Giorgio Bernardini

Corriere Fiorentino, 9 luglio 2025

Nuove perquisizioni dentro la Dogaia. Furfaro e Serracchiani (Pd) portano il caso in Parlamento. Stupri, rivolte, telefoni clandestini e perfino video su TikTok direttamente dalle celle. È il ritratto drammatico del carcere La Dogaia di Prato, al centro di un’inchiesta che continua a far emergere dettagli inquietanti. Il quadro emerge nell’approfondimento portato avanti dal procuratore capo Luca Tescaroli: nella zona di alta sicurezza un detenuto ha persino postato su TikTok un video della sua brandina, ottenendo decine di commenti dagli utenti. E non è un caso isolato: nell’ultimo anno in carcere sono stati sequestrati 41 telefoni, tre sim e un router; eppure nuovi dispositivi sono emersi anche dopo la maxi-ispezione del 28 giugno scorso.

Le collusioni con gli agenti - La libertà di movimento garantita ai detenuti - sono almeno 6 gli agenti della polizia penitenziaria indagati - ha permesso a un gruppo di persone già condannate per reati mafiosi di far entrare e uscire ordini dal carcere droga e dispositivi, utilizzando anche la casa di accoglienza poco lontano dal carcere che veniva utilizzata come centro di smistamento e stoccaggio.

Le rivolte - La tensione nelle ultime settimane è cresciuta. Lo dimostrano le rivolte del 4 giugno e del 5 luglio. Il 4 giugno cinque detenuti - italiani, libici e marocchini - hanno minacciato a parole e persino brandito spranghe, urlando “stasera facciamo la guerra, si muore solo una volta, o noi o voi”. Un mese dopo, una decina di detenuti ha ripetuto l’assalto, tentando di incendiare materiali, sfondare cancelli e assediare la sezione. Solo l’antisommossa ha riportato la calma.

Le indagini - I magistrati hanno aperto un fascicolo per rivolta, resistenza a pubblico ufficiale, lesioni e danneggiamenti. Nell’inchiesta spunta anche una lama, trovata tra le celle, oltre a tre cacciaviti, caricabatterie, cuffie. Il livello di illegalità è aggravato dalle atrocità subite dai detenuti stessi ad opera di altri detenuti, due casi sono stati definiti “agghiaccianti” dalla Procura. Il primo, nel settembre 2023, vede protagonista un detenuto brasiliano accusato di violenza sessuale aggravata contro il suo compagno di cella pachistano, minacciato con un rasoio. Il secondo risale al gennaio 2020: due reclusi di 36 e 47 anni avrebbero torturato e stuprato per giorni un compagno tossicodipendente e omosessuale, usando mazze, pentole bollenti e subendo gravissime lesioni. Il processo è in corso.

I problemi cronici de La Dogaia - Dietro questi eventi grida forte la carenza cronica di personale e direzione. Nel carcere, con 576 detenuti - metà stranieri - e sette sezioni definite “gironi d’inferno”, lavorano solo 270 agenti sui 360 previsti: un organico ridotto di un quarto. Non ci sono un direttore né un comandante titolari da mesi. Mancano psicologi, educatori, medici. Cimici, scarafaggi e scabbia sono all’ordine del giorno. E l’autolesionismo è dilagante: oltre 200 casi, da sommare a quattro suicidi, si sono registrati nel solo 2024. A febbraio la città di Prato ha convocato un Consiglio comunale straordinario sul tema, ma nessuna soluzione efficace è stata adottata.

Il caso approda in Parlamento - Il caso ha ormai superato i confini regionali. Il deputato del Pd Marco Furfaro ha depositato un’interrogazione in Parlamento insieme alla collega dem Debora Serracchiani. Chiede al governo chiarimenti sulle nomine del nuovo direttore e del comandante - promesse da tempo - e “azioni immediate per ripristinare legalità, sicurezza e diritti”.

“Se un carcere diventa un luogo di violenza sistematica - ha detto Furfaro - significa che lo Stato ha fallito. Non solo per ciò che è successo, ma per ciò che è stato permesso”. Parole pesanti, ma coerenti con la realtà che emerge dalle indagini. Il messaggio della Procura di Prato è altrettanto chiaro: “Il sistema è fuori controllo, ma la risposta dello Stato sarà ferma e costante”. Procedimenti penali sui detenuti, sulle collusioni interne e sulle violenze continuano.

Le perquisizioni vanno avanti, con squadra mobile, polizia penitenziaria, carabinieri e guardia di finanza impegnati. Ma il cuore del problema resta strutturale: un carcere al collasso per la mancanza di uomini, mezzi, regole. La Dogaia non è un’esperienza isolata, in una regione dove i penitenziari da tempo non garantiscono dignità né sicurezza ai reclusi e i lavoratori.