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di Giorgio Bernardini

Corriere Fiorentino, 11 gennaio 2026

Per quattro mesi avrebbe trasformato la cella del carcere di Prato in un luogo di sopraffazione e paura, sottoponendo l’uomo che condivideva lo spazio con lui a violenze, umiliazioni e minacce. Per quattro mesi avrebbe trasformato la cella in un luogo di sopraffazione e paura, sottoponendo l’uomo che condivideva lo spazio con lui a violenze, umiliazioni e minacce. Un detenuto marocchino di 39 anni è ora indagato dalla procura di Prato per violenza sessuale e tortura nei confronti di un italiano di 46 anni, dopo la denuncia che ha fatto emergere una vicenda definita dagli inquirenti di estrema gravità.

A darne notizia è stato il procuratore Luca Tescaroli, spiegando che le indagini della polizia penitenziaria hanno confermato molti dei terribili elementi raccontati dalla vittima. Secondo l’accusa, l’uomo sarebbe stato costretto a restare sveglio di notte e sottoposto a ripetuti abusi, tra cui violenze sessuali. 

L’aggressione non si sarebbe limitata alla dimensione fisica: il 39enne avrebbe anche distrutto le fotografie dei familiari del compagno di cella, insultandolo e colpendolo nella sua sfera più intima. Tra le frasi riferite agli investigatori, anche offese legate all’orientamento sessuale della vittima e minacce rivolte ai suoi affetti. In più occasioni, l’uomo sarebbe stato costretto a comprare cibo e oggetti per il suo aguzzino - dalle scarpe a un orologio - facendoseli portare in carcere dai genitori. Ogni tentativo di ribellione o di denuncia, sempre secondo quanto emerso, sarebbe stato soffocato con la paura di ritorsioni.

La svolta è arrivata solo nei giorni scorsi, quando il detenuto ha trovato il coraggio di parlare. A quel punto l’amministrazione penitenziaria è intervenuta separandolo dal presunto responsabile, ponendo fine a un incubo durato mesi. Intanto resta alta l’attenzione sulla sicurezza interna del carcere della Dogaia. Proprio venerdì 9 gennaio gli agenti hanno rinvenuto vicino al muro perimetrale un pacco contenente un microtelefono e un involucro con hashish e cocaina, probabilmente destinati a essere recuperati dai detenuti. Un episodio che riaccende l’allarme sui lanci dall’esterno e sull’uso dei droni. Per questo il procuratore Tescaroli ha rinnovato l’appello alla direzione della struttura affinché vengano installate reti anti-lancio e sistemi per impedire il sorvolo dei droni, oltre a una sorveglianza più efficace nelle sezioni, soprattutto durante la notte. Un fronte necessario per evitare che dietro le sbarre si consumino altre storie di violenza e illegalità.