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di Daniele Zaccaria

Il Dubbio, 9 giugno 2025

Seppure siano lontani i livelli di antisemitismo di Francia e Germania, anche nel nostro Paese stereotipi e leggende culturali sono duri a morire. In Italia l’antisemitismo non urla: sussurra. Non si manifesta in cortei e svastiche, ma si insinua nelle pieghe della disinformazione, negli stereotipi che resistono al tempo come pietra dura, nella pigrizia culturale di chi confonde l’ebreo con l’israeliano, il popolo con il governo, la Storia con l’opinione. Non siamo la Francia delle sinagoghe sorvegliate da militari armati, né la Germania delle aggressioni ai luoghi di culto ebraici documentati ogni anno. Ma anche da noi il pregiudizio esiste, magari diluito con la vecchia giudeofobia di matrice cristiana.

E dove esiste un pregiudizio può attecchire la violenza.

È in questa cornice che si inserisce l’ultima indagine dell’Eurispes, che da oltre vent’anni monitora l’evoluzione del pensiero italiano sul popolo ebraico anche in relazione al conflitto israelo-palestinese. Il risultato è una fotografia lucida e inquieta: l’Italia non è un paese apertamente antisemita, ma una certa ignoranza di fondo continua a nutrire cliché duri a morire.

Prendiamo un dato solo all’apparenza marginale: quanti ebrei vivono in Italia? Solo quattro italiani su dieci lo sanno: circa 30mila. Per il 23% sarebbero mezzo milione, il 16,5% pensa siano due milioni. Una percezione profondamente distorta che non è solo frutto di ignoranza statistica: sopravvalutare la dimensione di una minoranza è spesso indice di timore, di alterità percepita, e in alcuni casi di sospetto.

Gli stereotipi, infatti, sono vivi e vegeti. Il 37,9% degli italiani è d’accordo con l’affermazione “gli ebrei pensano solo ad accumulare denaro”; il 58,2% li considera “una comunità chiusa”, mentre il 61,7% li ritiene mediamente colti e istruiti. Un’antica ambivalenza riemerge: quella che associa l’ebreo al potere, alla ricchezza, ma anche all’eccellenza intellettuale. Stereotipi a volte positivi, ma che contribuiscono a definire un’immagine mitologica e ben poco reale degli ebrei.

Il dato anagrafico mostra come certi riflessi condizionati resistano meglio tra gli anziani, al contrario, i giovani tra i 18 e i 24 anni sembrano meno influenzati da questi cliché tradizionali, ma più esposti a narrazioni semplificate del conflitto israelo-palestinese: il 50,8% di loro ritiene che “gli ebrei si siano appropriati di territori altrui in Palestina”. Un’affermazione che trova meno consenso tra le altre fasce d’età, ma che comunque raccoglie l’adesione di oltre quattro italiani su dieci (44,2%), a fronte di un 55,8% che esprime disaccordo.

Un dato più confortante arriva dalla netta maggioranza - il 64,6% - che distingue tra il popolo ebraico e le scelte politiche del governo israeliano: un principio di base della convivenza democratica, ma che ancora un terzo del campione (35,4%) non condivide. Anche qui, l’ambivalenza: la condanna dell’antisemitismo c’è, ma non è pienamente interiorizzata.

Sul piano della memoria storica, la situazione appare altrettanto sfumata. Sei italiani su dieci sanno che le vittime della Shoah furono sei milioni. Un dato positivo, ma che lascia sul campo il 40% del Paese con una conoscenza approssimativa o gravemente errata: 2 milioni, 800.000, 40.000, e persino solo un migliaio di vittime secondo l’1,8% degli intervistati. La memoria, evidentemente, non basta mai.

E oggi? Cosa pensano gli italiani degli episodi di antisemitismo recenti, anche nel nostro Paese? Il 54% li considera isolati, non rappresentativi di un problema strutturale. Ma un robusto 46% non è d’accordo, e il 53,6% collega queste manifestazioni a un linguaggio pubblico intriso di odio e razzismo. Ancora più significativo è quel 38,9% che vede in questi episodi il segnale di una pericolosa recrudescenza. Soltanto per il 27,6% si tratta di bravate, provocazioni senza radici ideologiche.

Rispetto all’indagine Eurispes del 2020, qualcosa è cambiato. Allora, erano di più quelli che tendevano a minimizzare: il 61,7% parlava di episodi isolati, il 37,2% li considerava soltanto provocazioni. Oggi, queste cifre si sono abbassate, e pur diminuendo anche la percentuale di chi teme un ritorno dell’antisemitismo (dal 47,5% al 38,9%), cresce una consapevolezza più diffusa dei meccanismi culturali che lo alimentano. L’Italia non è immune, ma resta - per ora - meno contagiata di altri Paesi europei, dove gli episodi violenti si susseguono con maggiore frequenza e visibilità. La nostra forma di antisemitismo è spesso carsica, più vicina all’ignoranza che all’odio attivo come dimostra la stessa biografia della nazione, mai realmente antisemita se non per opportunismo durante gli ultimi anni del regime fascista. Ma anche l’ignoranza, quando non riconosciuta, può provocare danni profondi. Soprattutto se accompagna una scarsa dimestichezza con la Storia, una fatica crescente nel distinguere il giudizio morale dal pregiudizio identitario. La sfida è culturale prima che politica. Serve più informazione, più conoscenza. E l’unico antidoto efficace resta una società vigile, che sappia guardarsi allo specchio. Anche quando l’immagine riflessa non è del tutto rassicurante.