di Luciana Cimino
Il Manifesto, 26 giugno 2025
La cosiddetta, dagli esponenti della maggioranza, “accelerazione sulle riforme costituzionali” è finita con una brusca frenata. I due provvedimenti simbolo del governo, premierato e separazione delle carriere tra magistrati giudicanti e inquirenti, sono stati espunti dal calendario dei lavori di Montecitorio. Lo ha deciso la conferenza dei capigruppo della Camera, scatenando le opposizioni che vedono in questo rinvio la conferma delle tensioni interne al centrodestra.
“Una cosa positiva per noi - commenta la capogruppo del Pd alla Camera Chiara Braga - la nostra opposizione sarebbe stata durissima, ma denota una dialettica e una divisione dentro la maggioranza”. E scarsa capacità di prevedere gli effetti della decretazione d’urgenza: tra l’ultima settimana di luglio e la prima di agosto arriveranno in Parlamento sei decreti, alcuni dei quali con la fiducia. Un numero in linea con la media che ha tenuto finora il governo che, ricorrendo ai decreti legge tre volte al mese, ha superato i 100 dall’inizio della legislatura. Un record rispetto anche all’uso disinvolto dei dl degli esecutivi guidato da Silvio Berlusconi che si era fermato a 80.
Oltre alle motivazioni tecniche (l’insofferenza per le camere produce ingorghi) ci sono quelle di natura politica. I tre pilastri che hanno portato Giorgia Meloni a palazzo Chigi sono le tre misure simbolo di ciascun partito dell’alleanza: il premierato forte è l’assillo di Fratelli d’Italia, la riforma della Giustizia è il tema cardine per Forza Italia e l’autonomia regionale l’assillo della Lega. Il superamento di quest’ultima con il conseguente risarcimento che si aspettano i salviniani, sta facendo traballare le altre due. Il premierato, che entra e esce dalle priorità di Meloni, è in stand-by per un surplus di riflessione, anche se continuano le audizioni in commissione Affari costituzionali (l’ultima giusto ieri) che finora non hanno dato nessun supporto all’idea del governo. La maggioranza è intenzionata a mettere il limite per la presentazione degli emendamenti al 30 luglio ma intanto continua a lavorare fuori scena per una modifica della legge elettorale che è la vera priorità del centrodestra. Meloni è consapevole che con il sistema attuale la sua maggioranza è a rischio.
“È evidente che il rinvio delle due riforme sia dovuto a una serie di contrasti interni che riguarda il sistema di voto - spiega Filiberto Zaratti, deputato Avs in commissione Affari costituzionali - La lega, nella nuova ipotesi ancora non scritta con che prevede l’eliminazione dei collegi, perderebbe molti seggi in vantaggio degli alleati e questo causa rallentamenti, il vero obiettivo è quello: tutto il resto è fumo”. Anche perché il premierato sarebbe oggetto di un referendum senza quorum “e la presidente del Consiglio rischia di fare uno scivolone drammatico, se solo pensiamo alle 14 milioni di persone che sono andate alle urne per i quesiti sul lavoro”, ragiona Zaratti. “Queste riforme pasticciate non vanno avanti per ora perché Fratelli d’Italia, Lega e Forza Italia sono prigionieri di un patto scellerato, fondato sulla sfiducia reciproca: ognuno pretende che lo scambio politico avvenga in parallelo, altrimenti tutto si blocca - commenta il senatore dem Francesco Boccia - per un anno hanno piegato Senato e Camera al loro volere, imponendo forzature continue, soffocando il confronto con l’opposizione e ora scelgono la fuga”.
Intanto la discussione sulla riforma della giustizia continua al Senato. Oggi il guardasigilli Carlo Nordio interverrà a Palazzo Madama e dopo comincerà il voto sugli emendamenti. Se il presidente del Senato Ignazio La Russa ha annunciato di non avere intenzione di “strozzare il dibattito”, sarà alla Camera che a settembre partirà la corsa, in vista di un eventuale referendum in primavera. “Ma quando arriverà al Montecitorio la riforma sarà cotta e mangiata, non si potranno presentare emendamenti”, sottolineano dalle opposizioni.











