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di Liana Milella


La Repubblica, 5 febbraio 2020

 

Due le ipotesi in campo: il blocco dell'istituto dopo la sentenza di appello oppure lo slittamento di sei mesi degli effetti della legge, per lavorare sull'accorciamento dei tempi del processo. Giornata di trattative, ma il ministro nega il passo indietro.

Stop della prescrizione dopo il processo d'appello, e non dopo quello di primo grado come prevede la legge Bonafede. Regola da applicare per tre anni, salvo tornare alla Bonafede originaria in caso di insuccesso. Oppure, per spegnere le polemiche, rinviare addirittura di sei mesi la prescrizione "corta" entrata in vigore il primo gennaio. Il Guardasigilli Alfonso Bonafede, quando è sera, e dopo una giornata intrecciata di indiscrezioni sulle sue mosse, nega qualsiasi passo. Ma, all'opposto, fonti del governo confermano che per ore, con la consapevolezza dello stesso premier Giuseppe Conte, si è lavorato a un paio di ipotesi - principalmente quella dell'appello - per uscire definitivamente dal guado della giustizia. Ovviamente in attesa che Conte stabilisca la data del tavolo in cui chiudere lo scontro con i renziani. Ma vediamo quali sono le due strade.

Che nel primo caso, lo slittamento della prescrizione "corta" in appello, comporta un prezzo politico per Bonafede di medio danno. Mentre nel secondo - il rinvio di sei mesi, mentre i renziani chiedono un anno e il forzista Costa un anno e mezzo - si risolverebbe per lui in una sconfitta alquanto pesante. Partiamo dall'ipotesi della prescrizione bloccata dopo il processo di appello. Quindi subito prima dell'ultimo grado di giudizio, la Cassazione.

Quando ormai il dibattimento ha compiuto i due terzi della sua strada. Quando ci possono essere due sentenze concordanti, di condanna oppure di assoluzione, oppure discordanti, una condanna e un'assoluzione e viceversa. La logica sarebbe quella di garantire che non può essere la prescrizione a cancellare un esito processuale, al quale va garantita la sua definitiva completezza.

Rispetto a soluzioni contestate dal punto di vista costituzionale, come la distinzione tra condannati e assolti nel caso di prescrizione dopo il primo grado contenuta nel primo lodo Conte (la prescrizione si ferma per gli assolti, continua a correre per i condannati), lo slittamento tout court in appello eviterebbe discrasie. Ma se ne dovrebbe valutare l'effettiva utilità, visto che le statistiche dicono che la maggior parte dei reati si prescrive nella fase delle indagini preliminari e poi proprio in appello.

Mentre quasi nulla si prescrive in Cassazione. Ma tant'è, ogni mediazione, e questa di Bonafede lo sarebbe, comporta un prezzo da pagare. Sicuramente questa comporterebbe un immediato e congruo aumento degli organici della Suprema corte che, a quel punto, si troverebbe addosso la responsabilità di riuscire a chiudere comunque un iter processuale.

Anche se, finito il paterna della prescrizione, avrebbe tutto il tempo per farlo. A meno che il Guardasigilli non stabilisca anche dei tempi per i processi, un tot di anni per ogni fase, Cassazione compresa. Ben più drastica la soluzione del rinvio della Bonafede. L'ipotesi di una trattativa ha cominciato a serpeggiare alla Camera ieri pomeriggio.

Quando nelle due commissioni Affari costituzionali e Bilancio, che stanno esaminando il decreto Mille Proroghe, è stato accantonato l'articolo 8 in cui sono inserite le richieste di rinvio della Bonafede della renziana Lucia Annibali (gennaio 2021) e del forzista Enrico Costa (giugno 2021).

Più di una fonte, anche in questo caso governativa, ha accredita la voce che Bonafede stesse pensando a un rinvio di soli sei mesi, per spegnere le polemiche e lavorare sui tempi del processo. Una volta pronto quel dossier sarebbe possibile discutere anche di come cambiare la prescrizione "corta".